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Medicina narrativa: conversazione con Giorgio Bert

marzo 10, 2008

Medicina narrativa. Il Pensiero Scientifico EditoreMedicina narrativa. Storie e parole nella relazione di cura

di Giorgio Bert

ed. Il Pensiero Scientifico Editore

Intervista a cura di Massimo Giuliani

Giorgio Bert: medico, ha preso parte attiva all’affermarsi in Italia della medicina sociale ed ha contribuito alla teorizzazione di una medicina attenta all’umanità del paziente, ai suoi diritti, ai suoi bisogni.Autore di testi di medicina sociale e di metodologia clinica, da oltre un decennio si dedica allo studio della comunicazione sanitaria e dello spazio della retorica e della narrativa nelle comunicazioni medico-paziente.La necessità di affiancare alla medicina evidence based una medicina più aperta alle medical humanities, agli aspetti relazionali, comunicativi, creativi del rapporto medico paziente, lo ha portato ad approfondire e ad elaborare un metodo di counselling applicabile agli ambiti sanitari e capace di tenere conto delle modificazioni legate alle nuove tecnologie, alle nuove esigenze, ai nuovi problemi etici e deontologici che i professionisti sanitari devono affrontare. Nell’attuale struttura di CHANGE Giorgio Bert è responsabile del Dipartimento Counselling, Comunicazione, Salute, finalizzato a diffondere questo metodo di comunicazione e counselling fra tutti i professionisti sanitari.

La Rete: In apertura del libro precisi di non voler mettere in contrapposizione medicina narrativa e medicina basata sulle prove… Già che ci sei, ti va di spiegare in breve a chi non ne avesse mai sentito parlare, cosa si intende per “medicina narrativa”?

Giorgio Bert: Più che uno strumento in sé, la medicina narrativa è un atteggiamento mentale, un modo di porsi nei confronti dell’altro, che si conquista attraverso un rigoroso iter formativo in tema di comunicazione e di counselling: la capacità di condurre il colloquio è infatti elemento essenziale perché la narrazione possa essere utilizzata per la salute del paziente e non si limiti a una banale conversazione o, peggio, a uno sfogo.La salute, cioè il benessere del paziente non è infatti il puro risultato di un intervento clinico riuscito, ma ha a che fare con altri aspetti che il medico non può trascurare:
–          aspetti sociali: l’evento malattia non è racchiuso nel corpo del malato ma coinvolge tutti i suoi sistemi di riferimento, a cominciare dalla famiglia. La narrazione è lo strumento attraverso cui il medico può esplorare (per quanto limitatamente) il mondo dell’altro, ovviamente unico e irripetibile, e di conseguenza porre le basi per costruire una relazione terapeutica buona abbastanza.
–          Aspetti esistenziali: il malato ha diritto che alle domande che riguardano gli effetti della malattia sulla sua vita venga data risposta; che le ipotesi e le convinzioni che ha sulla sua malattia e sulla sua salute vengano accolte con rispetto; che i suoi timori, le sue speranze e le sue emozioni siano prese in considerazione; che alle sue scelte e alle sue priorità venga attribuito un valore sostanziale. Si tratta di aspetti che vengono comunicati in forma narrativa e di cui il medico deve facilitare (e non impedire) l’espressione.
–          Aspetti relazionali: ogni relazione tra esseri umani, inclusa quella professionale,è di fatto costituita da uno scambio costante di narrazioni.
–          Conoscenza di sé: una relazione avviene tra (almeno) due persone, una delle quali in questo caso è il medico. Perché la relazione possa esistere e durare occorre che il medico, oltre ad esplorare il mondo dell’altro, sappia esplorare il proprio: convinzioni, pregiudizi, certezze, immaginari…

Non basta essere medico perché tutto quanto si fa o si dice sia scientificamente basato e non possa quindi diventare oggetto di discussione. Se infatti la medicina deve poggiare sulla scienza, non va dimenticato che non è essa stessa una scienza. Il tentativo di renderla più scientifica usando statistiche è, a livello individuale, inefficace: come osserva Kathryn Montgomery, non si può essere morti all’82%, e neanche vivi del resto, a meno di non avere subito vaste amputazioni…

La Rete: Seguendo il modello di Arthur Frank che descrive gli intrecci delle narrazioni in medicina, ti riferisci alla “narrazione caotica” come a una narrazione senza sviluppo narrativo plausibile, una “antinarrazione”. Come Frank, insisti sulla necessità di non contrapporsi a queste narrazioni, a non contraddirle senza prima averle accolte.
È pertinente, secondo te, dire che esiste anche una categoria di narrazioni formalmente ineccepibili ma “blindate”, “ipertattualizzate”, nel senso che la malattia crea un orizzonte nel quale le storie non possono modificarsi, il tempo è cristallizzato e il narrarsi del paziente sembra immobile?

GB: Certamente, e anche questa è una narrazione caotica, cioè di fatto una non narrazione. Nelle parole di Frank si definisce infatti caotico ogni racconto che non preveda sequenze di eventi interconnessi, ma rigiri come in un vortice intorno alla malattia e a null’altro che ad essa. In altri termini, il malato può parlare e parlare e poi d’improvviso tacere, segnalando uno stato di profonda confusione, in quanto ciò che percepisce non è dicibile in termini narrativi. È possibile infatti narrare la propria vita se si è in grado di prendere almeno un po’ le distanze dagli eventi, ma non si può narrare la vita mentre la si sta vivendo.La narrazione “blindata” di cui parli è chiusa su se stessa, stereotipata, ripetitiva, immodificabile per usare il tuo termine: proprio come un vortice essa esiste, ma è puro vuoto.

La Rete: Parli nel tuo libro dell’effetto terapeutico del narrarsi. Fai riferimento all’esperienza del gruppo di Pennebaker, che dimostrò come in malati di AIDS la possibilità di narrare un’esperienza traumatica avesse un effetto benefico sulla carica virale e sul numero dei linfociti. Sembri però affermare che la tendenza a confondere “non scientifico” con “irrazionale” costituisce un ostacolo all’utilizzo di tecniche narrative in medicina…

GB: Se scientifico è ciò che può venire indagato per prove ed errori, la vita così come la conosciamo e come la sperimentiamo è in larghissima parte non scientifica. Non siamo in grado di dare basi scientifiche all’amore, al piacere, al godimento della musica, dell’arte, della letteratura, della buona cucina… Certo, i neuroscienziati sono o saranno in grado di identificare le strutture cerebrali coinvolte in queste funzioni, ma al momento non possono dire perché io provi piacere a leggere, che so, Chateaubriand o ad ascoltare Wagner ed altri trovino queste cose noiosissime; e neanche possono dirmi perché oggi mi piaccia leggere Proust e domani un giallo dei più banali o una rivista trash… Ciò non ha nulla di irrazionale, ma neanche nulla di scientifico, e può essere indagato e conosciuto solo attraverso procedimenti narrativi. Non esistono strumenti o tecnologie per esplorare questi aspetti della vita.

La Rete: Non solo i pazienti si narrano, ma anche i medici. Segnali l’importanza, anzi la necessità, dello strumento della narrazione, e dell’autonarrazione, anche per i medici. Fra le tue pubblicazioni c’è anche un romanzo del 1999, “Come foto sbiadite”. Ce ne parleresti?

GB: Con quel libro, che del resto non ha segnato una tappa nella storia della letteratura, ho cercato di fare i conti con la mia educazione rigidamente calvinista (in senso vero, religioso, non metaforico) e di scoprire, attraverso la storia (inventata) di due donne valdesi tra l’Otto e il Novecento, quanto quella formazione abbia fatto sì che io sono quello che sono. Scrivere quel libro mi ha permesso di accettare il mio attuale ateismo senza sentirmi in colpa e senza rinnegare quelle radici, ciò che mi sarebbe del resto impossibile.In senso più ampio, sono convinto che scrivere, e scrivere di sé sia uno strumento estremamente prezioso di autoconoscenza e quindi di potenzialità relazionali oltre che di benessere. Scrivere aiuta a superare il caos e la confusione che spesso coinvolgono non solo il malato ma anche il medico e la relazione tra di essi. Da qualche anno nel corso triennale di counselling sistemico dell’Istituto CHANGE svolgo regolari moduli di autobiografia e narrativa, e i risultati sono in genere sorprendenti non solo per i corsisti stessi ma anche per me. Sto scoprendo che le persone posseggono delle risorse incredibili che restano inutilizzate e come surgelate nel corso dell’esistenza, e che ne utilizzano in genere un numero limitato e sempre le stesse. Le persone possono sembrare ripetitive e noiose e spesso si percepiscono esse stesse come tali mentre è la vita quotidiana che impone noia e ripetitività. A qualsiasi età è possibile “scongelare” quelle risorse o almeno gran parte di esse, con dei risultati inattesi in tema di benessere e, direi, di autentica gioia.

La Rete: Parlando della narrazione diffusa per la quale la medicina e i medici “di ieri” erano più “umani”, sembri sorridere un po’ di questo vezzo della nostalgia di un passato che non torna… Vedi tornare, nella medicina, una sensibilità alla relazione e all’ascolto, all’osservazione del paziente considerato globalmente?

GB: Direi di sì, anche perché medici e aziende sanitarie stanno rendendosi conto che la maggior parte delle denunce per malasanità hanno a che fare in effetti con la malacomunicazione… Risultato, un accresciuto interesse per gli aspetti relazionali della medicina e per le cosiddette medical humanities: etica, filosofia, pedagogia, ma anche narrativa, musica e arte in genere.Va detto che molti medici e molti operatori sanitari vanno scoprendo attraverso, in particolare attraverso l’uso di strumenti narrativi, una nuova o obliata dimensione di piacere e di realizzazione di sé nel proprio agire professionale.

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