Home > 2008, Per saperne di più > Una video-tesi su Boscolo, Cecchin e il non verbale in terapia

Una video-tesi su Boscolo, Cecchin e il non verbale in terapia

marzo 9, 2008

“La voce di Boscolo, lo sguardo di Cecchin” è il titolo di una tesi di specialità realizzata da Eleonora Rinaldin, Felipe Galvez Sanchez e Cristina Porrato, terapeuti familiari che hanno studiato presso il Centro Milanese di Terapia della Famiglia (nel 2005 il lavoro è stato presentato al IV World Congress for Psychotherapy a Buenos Aires).
Singolarità della loro tesi è che è realizzata in forma di video, che affianca frammenti di intervista coi maestri Luigi Boscolo e Gianfranco Cecchin e commenti degli Autori sugli aspetti non verbali della terapia di Boscolo e Cecchin. La lunga osservazione del lavoro dei Direttori del Centro Milanese, l’ascolto delle interviste realizzate nei loro studi, diventano la fonte per una approfondita analisi di un aspetto poco osservato e studiato del loro lavoro: vale a dire la comunicazione analogica e l’uso di essa in terapia.
Oltre a tutto questo, la tesi è l’occasione di un commosso ricordo di Gianfranco Cecchin. Abbiamo conversato con gli Autori per conoscere il percorso che ha portato alla realizzazione della loro ricerca con la regia e la supervisione di Maria Cristina Koch, terapeuta sistemica ed esperta in comunicazione.
Per contatti e per conoscere il lavoro: cristinaporrato@libero.it

La Rete: Nell’introduzione al lavoro Felipe dice che attraverso questa esperienza è cambiato il vostro modo di vedere Boscolo e Cecchin al lavoro. Cosa avete imparato su di loro, cosa vi ha rivelato l’attenzione profonda all’aspetto non verbale della loro terapia?

Non c’e dubbio che guardando per oltre un anno i maestri della psicoterapia, soprattutto se queste sono persone che lavorano da più di 30 anni, si riesce a cogliere aspetti particolari e si comincia a vederli in un altro modo.
E`difficile descrivere tutto ciò che possiamo avere imparato in questa lunga esperienza di osservazione e riflessione. Proviamo a mettere alcuni punti:
Il primo punto sarebbe il fatto che stando attenti ai particolari dell’analogico (che non vuol dire esattamente non verbale, visto che può esserci dell’analogico comunque verbale, vedi metafore, analogie, ecc.) si abbandona l’idea di prendere solo il testo della terapia di Boscolo e Cecchin e si prendono in considerazioni altri aspetti. Sarebbe come essere abituati a vedere il corpo e la voce, soprattutto le parole, e cominciare adesso a vedere la rete che viene stabilita in terapia fra quello che il terapeuta dice e ascolta e quello che il cliente dice e ascolta riguardo al terapeuta. Siamo sicuri che adesso questo capita di pensarlo ai colleghi quando vedono il video. Osservare noi stessi non è più come prima. Osservare una conversazione non è più assistere a uno scambio di frasi fra uno e l’altro, ma è riuscire a osservare questa rete di scambi. La conseguenza concreta di questo è che si perdono aspetti fondamentali dei rapporti umani come l’intenzione, l’inizio di una battuta nella comunicazione, la strategia. Dall’altro canto si recuperano le nozioni di ricorsività, circolarità e soprattutto la curiosità che è vista alla fine come ciò che differenzia la conversazione terapeutica delle altre conversazioni.
Un altro punto, forse più centrato nel non verbale, è quanto sia stato importante nella storia del modello di Milano, la cura agli aspetti centrati nel corpo, la voce, gli sguardi e altro, e quanto invece siano passati in secondo piano a beneficio della centralità delle ipotesi, regine del modello, tanto che si pensa ai “milanesi” come centrati sempre sui contenuti.
Vedere Boscolo e Cecchin da questo punto di vista, permette di leggere i testi (quelli della terapia e quelli che sono stati pubblicati) in un altro modo; ad esempio permette di capire che la circolarità si vede attraverso il movimento del corpo, come dice lo stesso Boscolo nel video, e che molto del rispetto che Cecchin mostra si evince anche da come si posiziona in terapia. L’ironia, l’accogliere, l’irriverenza, l’uso delle emozioni, l’ingaggiare e la stessa curiosità non sono tecniche terapeutiche milanesi, non corrispondono a una domanda giusta, hanno bensì un atteggiamento che è osservabile, forse soltanto osservabile.
Un terzo punto in questo senso sarebbe il fatto che parlando della modalità di fare terapia e dei modi di “porsi” in terapia, entrambi i maestri fanno riferimento alla conduzione della seduta; Boscolo tramite la voce, Cecchin attraverso lo sguardo (da cui il titolo del lavoro) come “strumenti” usati e messi alla prova intenzionalmente per riuscire ad ingaggiare e perturbare in continuazione. Non c’è la paura di trasformarsi in direttivi o strategici nel riconoscere che ci sono una quantità di azioni pensate che si mettono in gioco nella conversazione terapeutica. Poi però i maestri chiariscono che il cambiamento non viene dal terapeuta, ma dal cliente e su quello “non devono fare sforzi, gli viene naturale…”. Molto probabilmente noi, terapeuti meno esperti, siamo più abituati a lottare contro la nostra voglia naturale di “influenzare” l’altro. Boscolo e Cecchin difendono l’idea di sentire il terapeuta come un regista, quello che dirige la seduta, ma sarà sempre il cliente il responsabile del cambiamento, e quindi del suo processo. Questo è un messaggio assolutamente nella linea postmoderna.

La Rete: il modello di Milano passa, fra i modelli di terapia familiare che si richiamano alle teorie sistemiche,  come uno fra quelli più “verbali”. Come è nata l’idea di un lavoro che ne esalta l’aspetto non verbale?

Su questo punto bisogna essere giusti e riconoscere l’idea a Maria Cristina Koch (nella foto, ndr), supervisore del lavoro che, probabilmente a partire della sua specialità nelle tematiche di P.N.L. e comunicazione, coltivava l’idea di provare ad osservare l’analogico e il non verbale di quelli che anche lei considera i maestri: Boscolo e Cecchin. Forse all’inizio c’era l’intenzione di scoprire qualcosa di magico, di sorprendente nel modo di fare terapia. Quello che però ci ha spinto di più è stata la possibilità di stare loro vicini e renderli “personaggi” come dovuto. L’idea è nata a partire della voglia, o forse dalla necessità, di evidenziare aspetti che non vengono detti. Il modello di Milano è un modello centrato sull’analogico: il non detto più forte del modello milanese? Sapevamo bene il fatto che il Modello era chiamato, sopratutto dai romani, come il “modello intellettuale di Milano”… cosa che forse ci rendeva autorevoli, ma non ci è mai piaciuta perché percepivamo una certa ironia in quella definizione… Sapevamo d’altro canto che sia Boscolo che Cecchin avevano qualcosa in più se li vedevi fare terapia rispetto a quando leggevi i testi della terapia oppure le pubblicazioni storiche. E’ importante ricordare che al momento di iniziare la scuola, agli inizi degli anni ’80, Boscolo e Cecchin si sono messi a fare terapia e hanno messo un gruppo di osservatori dietro lo specchio. Non erano dei pedagoghi, dei docenti, ma hanno creato una scuola in base a questo tipo di metodologia centrata sull’osservare. Poi, nel resto del mondo, sono molto più noti per i loro interventi, conferenze, consulenze, rispetto a quanto lo siano per i loro libri, saggi. Dunque, pensaci un attimo: anche la loro notorietà poggia su ciò che si vede più che su ciò che si ascolta o legge.
Per ultimo l’esaltare l’aspetto non verbale (anche se insistiamo che è più esauriente fare riferimento all’analogico) aveva anche un’intenzione sulla formazione del terapeuta. Lo stesso Boscolo diceva nell’intervista che era da anni che provavano a modificare l’idea che il Modello ha un approccio soltanto cognitivo (torniamo al discorso dell’importanza dell’ipotesi e delle riflessioni), ma che è uscito un modello “delle grandi orecchie e gli occhi piccoli”, cioè un modello che ascolta molto, ma vede poco.
Anche se con umiltà, abbiamo cercato di esaltare aspetti che nella formazione vengono dimenticati o poco considerati. Crediamo che offrire questo materiale agli allievi oltre che alle scuole, suscitando una discussione e una nuova osservazione al riguardo, sia un buon modo per farlo.

La Rete: attraverso il vostro lavoro passa un’immagine della terapia sistemica come di un approccio ricco dal punto di vista dell’uso delle emozioni. Non è un caso, forse, che questa ricchezza si riveli attraverso l’osservazione di aspetti non verbali: forse le emozioni stanno più nel “non detto” e nel “non scritto” del modello. Siete d’accordo sul fatto che genericamente passi un’idea del modello sistemico come poco incline all’empatia e al maneggiare emozioni? Se sì, come lo spiegate?

Ci è capitato di presentare questo video in altri contesti, altre culture, altre lingue (il video è stato tradotto in inglese e in spagnolo ed è stato presentato in Spagna, Argentina, Cile, Stati Uniti). Ogni volta che si presenta e si parla di Boscolo e Cecchin, ci viene più semplice parlare di Cecchin come “il fattore acuto” del Modello, mentre quando si parla di Luigi Boscolo, come di quello che lavora e fa lavorare con l’uso delle emozioni.
Da anni nel contesto scientifico si pensa che il modello sistemico sia soltanto un misto di strategie e mosse di un terapeuta molto abile; oppure, come si sente dire adesso, che i modelli che lavorano con le narrative siano considerati come quelli che riescono soltanto a modificare la spiegazione di ciò che accade ai clienti. Se si pensa al modello sistemico come uno tra quelli che utilizzano prevalentemente le strategie o le spiegazioni, è evidente anche che si pensi a un modello che è poco incline a maneggiare emozioni e altro, o addirittura si pensi ad un modello che evita le emozioni.
Dobbiamo allora mettere in risalto l’analogico non solo come parte del processo e della conversazione terapeutica, ma come la modalità in cui vengono messi in gioco tanti aspetti del modello: curiosità, irriverenze, parole chiavi; emozioni; non detto. Vengono messi in questo gioco dialettico fra analogico/digitale proprio perchè non sono delle tecniche standard applicabili a qualsiasi contesto terapeutico.
Boscolo e Cecchin concordavano nel dire: “Tutte le persone vogliono essere viste”. Il rischio è tecnificare gli aspetti analogici e provare ad emulare ai maestri (che non si fa e nemmeno si riesce…), l’invito è infine a “osservarsi” di più per riuscire a “vedere” meglio gli altri.

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: