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La psiche in 2 volumi

maggio 8, 2007

Psiche. Dizionario storico di psicologia, psichiatria, psicoanalisi, neuroscienze
a cura di Francesco Barale, Mauro Bertani, Vittorio Gallese, Stefano Mistura, Adriano Zamperini
Einaudi, Torino.
Vol. I A-K (2006) pp. XXIV-626, 75,00 Euro
Vol. II L-Z (2007) pp. 700, 75,00 Euro

Letto da Marco Inghilleri

Il Dizionario Psiche rappresenta un’interessante novità nell’attuale panorama editoriale delle discipline della mente. L’originalità di questo lavoro consiste soprattutto nel tentativo di associare campi disciplinari diversi e di costringere, alla lettera, gli uomini e le donne del mestiere a fare i conti con una prospettiva che di solito è trascurata nelle opere di sintesi o di sistematizzazione delle scienze: quella della storia delle rispettive discipline, dei diversi oggetti e delle varie forme di operatività.
Attualmente, esistono, molte storie e molti repertori enciclopedici delle scienze della psiche. Gran parte di tali opere risulta tuttavia concepita sulla base di partizioni di carattere «regionale», fondata su un trattamento monografico degli autori, delle discipline, degli orientamenti dottrinali presi in esame. In tal modo, per far fronte ad “esigenze di copione”, si tralascia però uno dei tratti specifici della conoscenza della psiche dei nostri tempi costituita dalla natura interrelazionale della produzione scientifica e intellettuale. I saperi in questione sono insomma presentati come se avessero da subito chiaramente delimitato il loro campo, definito il proprio oggetto, costituito un discorso fondato e coerente, solo in attesa di venire trasmesso, e così di approfondirsi e precisarsi progressivamente, ma già scientificamente «maturo». E quando – ma assai raramente – la storia fa la sua comparsa, è solo per illustrare qualche tappa della progressione, dell’estensione, dell’approfondimento delle conoscenze, oppure per arricchire la “rappresentazione” con qualche dettaglio sulle vicende biografiche dei principali protagonisti dei processi di costituzione e fondazione delle discipline interessate.
Il Dizionario Psiche, partendo da una prospettiva storica, propone un progetto che prevede la compresenza di tutti i saperi che afferiscono al campo della mente, attraverso sia una rigorosa ricostruzione dell’apparato discorsivo e concettuale di ciascuna disciplina (attraverso un lemmario delle principali categorie operanti all’interno di ciascun ambito), sia sottolineando il complesso reticolo di influenze e debiti reciproci, insieme ai trasferimenti di apparati teorici, di procedure e soprattutto di problemi, da un ambito all’altro. L’obiettivo così raggiunto è stato quello di tracciare la mappa e fare l’inventario di quei campi che hanno inaugurato, tra ‘800 e ‘900, una tradizione, analizzando i «programmi di ricerca» che li hanno caratterizzati e gli effetti che hanno prodotto sull’insieme del campo culturale, descrivendo i movimenti, gli orientamenti dottrinali e le tradizioni di tali campi, delineando i problemi e le discussioni che sono stati al centro delle loro attività (nuclei tematici, stili di pensiero e di indagine, linguaggi della ricerca), mostrando gli intrecci e le intersezioni con ambiti e campi adiacenti.
Per meglio presentare al pubblico la complessità e la ricchezza di un progetto editoriale di questo tipo, è stato chiesto al Professor Adriano Zamperini di rispondere ad una breve intervista che ne illustrasse le caratteristiche principali.

Professor Zamperini, considerato che lei è uno dei curatori di questo nuovo Dizionario, potrebbe illustrare il progetto editoriale che ha ispirato questo lavoro?

Il progetto Psiche nasce da una duplice esigenza, che potremmo definire di “sviluppo” e di “confronto”. Dal punto di vista dello sviluppo, cogliere nel tempo il farsi e il disfarsi di discipline e campi di ricerca che, a titolo diverso, si sono interessati di quel dominio sempre sfuggente – praticamente un universo in espansione – convenzionalmente identificato con “psiche”. E le quattro grandi prospettive convocate nell’opera sono la psicologia, la psicoanalisi, la psichiatria e le neuroscienze. Del resto lasciato alle nostre spalle il Novecento, si avvertiva l’esigenza di una messa a punto della mole impressionante di sapere e pratiche prodotti da questi quattro orientamenti. Dal versante del confronto, si è cercato di superare gli steccati, i fossati, talvolta vere e proprie muraglie, che per troppo tempo hanno collocato su rive incomunicanti le diverse prospettive, con i relativi pensatori. Così pareva indispensabile sviluppare un lessico essenziale, dove, all’interno di ciascun lemma, le diverse prospettive, le differenti teorie potessero essere chiamate a un vis-a-vis.

In cosa si differenzia rispetto ad altri dizionari?

Credo di aver in parte risposto parlando della “filosofia” che ha dato i natali all’opera. Mentre la maggior parte dei dizionari in commercio tende a circoscrivere il raggio d’azione (dizionario di scienze cognitive, dizionario di psicologia, dizionario di psicoanalisi, ecc.), questo dizionario getta ponti, costruisce occasioni di dialogo. Da questa esigenza sono nate varie voci affrontate da diverse angolazioni. Così, ad esempio in merito alle emozioni, il lettore può leggere cosa ha prodotto la psicologia e le neuroscienze. Inoltre, le voci che costituiscono il lemmario sono tutte trattate in modo assai approfondito; in pratica ogni voce è un saggio lungo diverse pagine, così al lettore viene offerto un panorama adeguatamente esteso, senza cadere però nello specialismo fine a se stesso.

Secondo Lei quali sono le sue virtù?

Le virtù sono ovviamente rintracciabili in quanto appena detto. A cui aggiungerei un’ulteriore considerazione. Oggi viviamo nel mondo della comunicazione; è facile quindi accedere a siti internet densi di informazioni. In pratica, volendo, sarebbe possibile ai vari utenti costruirsi un personale dizionario di psiche, selezionando quali voci inserire e quali no. Se simili operazioni sono sempre benvenute, non altrettanto può dirsi per i risultati cui spesso si perviene. Ossia, la tendenza a scambiare la propria prospettiva come “la” prospettiva. Nel campo di un sapere così complesso come quello che si muove attorno al territorio di “psiche”, la deriva appena dietro l’angolo è la caduta in un individualismo autistico. Invece, un’opera collegiale, pur orchestrata da curatori, permette di praticare quello che amo definire un “individualismo relazionale”. Nessuna prospettiva è stata mortificata, i collaboratori hanno potuto liberamente fare un bilancio essenziale dei lemmi loro affidati, pur dovendo tenere ben presente il sistema di relazioni che li collegava con tutto il resto. Se vogliamo trovare una metafora guida per l’opera, direi, a differenza di altri dizionari, che al posto di un “centro” c’è una “rete”.

E se invece dovesse metterne in evidenza i limiti?

Guardi, quando si mette in cantiere un’opera del genere si presta sempre il fianco a critiche. E l’opera crea sempre degli insoddisfatti. Non mancheranno certo coloro che, dalla propria peculiare prospettiva, lamenteranno la mancanza di questo o di quello. Oppure l’eccessiva presenza di alcuni contributi di ricerca, ritenuti invece secondari. Naturalmente i curatori potrebbero ribattere punto su punto, ribadendo la bontà e la ponderatezza di ogni decisione. Si aprirebbe così un gioco infinito. Avendo già parlato delle virtù, credo sia giusto lasciare ai lettori e ai critici la parte relativa ai limiti.

E’ un dizionario che getta ponti e che costruisce occasioni di dialogo, dunque… Ma non c’è forse una voce che parla più forte di tutte le altre?

Poiché il dizionario è un bilancio essenziale dei quattro grandi orientamenti summenzionati, i curatori hanno cercato di attribuire uno spazio equo a ciascuno (in termini di voci e di pagine). Poi, all’interno dei singoli orientamenti è certamente possibile riscontrare una maggiore presenza di una particolare teoria o di un dato campo di ricerca. Ciò è inevitabile. Sul piano della ricaduta sociale, professionale, universitaria, non tutte le teorie, non tutti i pensatori – per motivi culturali, politici, istituzionali -, hanno contribuito allo stesso modo alla storia di psiche nel Novecento. Non mancano certo esempi di correnti marginali (pensiamo al costruzionismo sociale, oppure al pensiero di Vygotskij), che solo verso la fine del Novecento hanno cominciato a guadagnare una qualche visibilità. E le stesse aree di ricerca hanno subito il medesimo destino. Ad esempio, pensiamo alle emozioni e alle relazioni. Nel caso delle prime, per molto tempo è stato un argomento quasi di esclusivo interesse della psicologia clinica e della psicoanalisi. Solo verso la fine del Novecento la psicologia sperimentale e sociale, e ovviamente le neuroscienze, hanno cominciato a interessarsi sistematicamente di questo dominio d’indagine. Nel caso delle relazioni è avvenuto qualcosa di analogo. Sembra un paradosso, poiché tutta la vita degli esseri umani si declina nel regno dei rapporti interpersonali, eppure, bisognerà aspettare sino alla fine degli anni Settanta del Novecento perché la psicologia inserisca in agenda il tema delle relazioni. Probabilmente era necessaria la sbornia dell’individualismo – con le connesse mutazioni antropologiche – per rendere saliente la centralità (e la problematicità) delle relazioni nella vita sociale.

E’ possibile  far dialogare il pluralismo teorico presente nelle discipline che si occupano dello psichico e del mentale senza rischiare di ritrovarsi in una babele di linguaggi, e soprattutto evitando una qualche forma di riduzionismo?

Una simile domanda richiederebbe uno spazio molto più ampio di quello qui concesso. In una vecchia canzone, Lucio Dalla cantava che non si può recintare il mare. E il mare sa essere burrascoso. Ora, personalmente ritengo che i vari linguaggi della psiche non possano pretendere di restare isole incontaminate e immobili in un mondo attraversato da instabilità e conflitti. Dal mio punto di vista, i diversi linguaggi dello psichico non rischiano tanto la deriva nella babele dell’incomprensione, quanto piuttosto di diventare linguaggi imbalsamati, da ammirare nel museo del pensiero. E allora, per tutti diventa necessario l’incontro con la prassi. Ossia la capacità di dare risposte adeguate a problemi concreti, accettando di uscire ibridati da un simile incontro.

Diceva che il Dizionario è nato anche dall’esigenza di una messa a punto della mole impressionante di sapere e pratiche prodotti da psicologia, psicoanalisi, psichiatria e neuroscienze. Quale orizzonte si è aperto da questo esame? Ma soprattutto quali rotte saranno percorribili nel futuro?

L’orizzonte è testimoniato dai contenuti del dizionario. Un contenuto che ho riassunto con la metafora della rete. Forse una rete non ancora pienamente sviluppata e articolata, ma pur sempre una rete. E credo che il futuro – almeno è il mio auspicio – possa essere contraddistinto dalla consapevolezza della natura aperta della conoscenza intorno al territorio della psiche, e soprattutto dalla sentita necessità di un corpo a corpo tra conoscenza e pratica.

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