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Umberta Telfener: “Ho sposato un narciso”

dicembre 10, 2006

“Ho sposato un narciso. Manuale di sopravvivenza per donne innamorate”
di Umberta Telfener
Castelvecchi, 2006

Letto da Simona De Leo, psicologa clinica e terapeuta in formazione, Milano.

Quid faciam? Roger anne rogem? Quid deinde rogabo?
Quod cupio mecum est: inopem me copia fecit
(OVIDIO, Metamorfosi, III)


Ho sposato un narciso è l’ultimo libro di Umberta Telfener, psicologa e psicoterapeuta esperta di Teoria dei Sistemi e docente alla Scuola di Specializzazione in Psicologia della Salute dell’Università La Sapienza di Roma.
Durante una lezione, mentre Umberta Telfener, facendo un ragionamento trasversale sulla diagnosi, ci raccontava dei sistemi di cura negli altri paesi, ci parlò anche di Narciso e ci disse che, da quando lo aveva conosciuto, ne vide molti altri. Aveva imparato a vedere Narciso.
L’autrice esprime sin dalle prime pagine l’esitazione di chi si accinge a scrivere su una condizione esistenziale tanto profonda e complessa, come è quella di Narciso. Anche il lettore, via via che la lettura prosegue, si trova a confrontarsi con un’immagine che prende forma dallo sfondo, ma che rimane, in fondo, inafferrabile come il moto circolare dei suoi dilemmi.
Umberta Telfener, nel realizzare il suo tentativo di fermare Narciso, dà voce a voci diverse.. i Narcisi e le loro Ninfe, che sono i personaggi del mito, della letteratura, del cinema e le persone reali della sua vita personale e professionale. La molteplicità delle voci, che si susseguono e si intrecciano, consente una lettura che può essere affrontata su più livelli, avvicinandosi al punto di vista che risuona più intensamente.
Il testo si apre sul mito di Narciso, così come viene raccontato da Ovidio, e i racconti e le osservazioni che seguono consentono di tornare al mito con una lente che ne ingrandisce le immagini.
Narciso, condannato da Nemesi ad autodistruggersi, prigioniero dell’amore verso la propria immagine riflessa, è una “pura identità”, dunque paradossalmente non distinto, non individuato. In modo speculare, Eco, condannata da Giunone a divenire pura voce, prigioniera della propria eco, è una “pura alterità”, e l’alterità è la sua identità, dunque anche Eco è paradossalmente non distinta, non individuata.
Narciso con la vista si rispecchia nella propria immagine, Eco con l’udito si rispecchia nella propria voce.
Lo sguardo prigioniero di Narciso non raggiunge Eco, la voce prigioniera di Eco non è distinguibile da Narciso.
Narciso non ha vista, così come Eco non ha voce.
Entrambi, l’identità e l’alterità, cercano l’altro e lottano per il riconoscimento.
Entrambi anelano all’incontro con l’altro e lo rifuggono, come una minaccia.
Nel mito troviamo che il dilemma narcisistico risiede nel paradosso dell’intimità, come si dice nel testo attraverso le parole di Salomon, dove la vicinanza e la lontananza sono ugualmente desiderate e impossibili, così come la fusione e la separazione, la prigionia e la libertà, il presente e il futuro.. Nec tecum, nec sine te.
I narcisi, unici e doppi “come le comete, luminose e infuocate, ma con un nucleo di ghiaccio”.
Si tratta, credo, di quell’oblio che ciascuno di noi avverte, con misure e intensità differenti, quando l’esistenza entra in un paradosso dove tra gli opposti non si trova uno spazio per la conciliazione.
Si può dire che l’impossibilità di conciliare gli opposti si esprime nel dilemma della relazione sociale?
L’autrice parla di danza relazionale, di gioco della coppia che ci consente di pensare al narcisismo non tanto come ad una caratteristica che attiene all’individuo, quanto come ad un processo che emerge dalla relazione e in essa si esprime compiendo il proprio destino.
E’ come se il narcisismo fosse un paradosso della relazione.
Che fine fa Narciso senza lo Specchio che lo riflette? E che fine fa lo Specchio senza Narciso che vi si specchia?
Quante persone ci vogliono per fare un Narciso e quante per fare una Eco?
Dal mito sappiamo che Narciso nasce da un fiume, dunque, in fondo, dallo stesso specchio d’acqua sul quale perirà specchiandosi.
Potremmo dire, usando la metafora, che i narcisi sono nati dagli specchi delle loro famiglie e, dunque, che l’immagine riflessa di Narciso contiene la storia dei reciproci rispecchiamenti familiari?
Narciso, dunque, impara a rispecchiarsi nell’immagine che i sui genitori proiettano su di lui, rispecchiando in lui loro stessi?
Se così fosse, Narciso vedrebbe nello specchio un modo di guardare.
Viene in mente il gioco degli specchi del Luna Park, dove l’immagine è il riflesso del riflesso del riflesso..
Seguendo la storia di Olimpia e Furio, pazienti nel libro, li vediamo realizzare il mito di Narciso e di Eco, che è il mito dell’impossibilità dell’amore e della sua incomunicabilità.
Narciso e Eco, come Olimpia e Furio, si perdono nel vortice di un circuito di domande impossibili.. Narciso chiede di essere amato, ma è impossibile perché chiede a se stesso, così come Eco chiede di essere amata, ma è impossibile perché la sua voce non è distinguibile da quella altrui.
E allora, proseguendo nel ragionamento, possiamo anche pensare che Narciso non può amare Eco non solo perché non vede altro che se stesso, ma anche perché Eco non si fa sentire, ed Eco non può amare Narciso non solo per la sua cecità, ma anche perché lei lo rende sordo.
Entrambi lottano per il controllo, entrambi hanno potere, dunque, entrambi, essendo reciprocamente dipendenti, non hanno potere.
Entrambi lottano contro l’invisibilità.
Non è una sfida impossibile se pensiamo all’invisibilità come ad un presupposto della relazione, ad una sua premessa?
Forse un modo per vincere la sfida è non giocarla, arrendersi. Quando l’autrice dà suggerimenti alle donne innamorate del narciso.. in fondo sembra dire loro: non fate domande impossibili, non cercate dove non potete trovare.
Così il dolore di Narciso e quello di Eco, è, in realtà, il dolore che è “in mezzo”.
E, così, entrambi, realizzano una profezia che si autodetermina, diventando mito.
Il lettore si può allora trovare a compiere una riflessione sul mito.
L’orientamento prevalente degli studiosi è quello di far risalire la parola mythos al verbo myo che significa “essere racchiuso”, “stare chiuso in se stesso”.
Il mito sarebbe, dunque, un discorso nel quale è racchiusa una verità.
Se anche le nostre esistenze, come quelle di Narciso e Eco, si trovassero un giorno a essere racchiuse dentro a un mito, ad una verità assoluta, alcuni di noi potrebbero trovarsi di fronte alla sfida di trasformare il mito in storia, la storia in possibilità, la possibilità in responsabilità.
Possiamo immaginare questa sfida realizzarsi in molti modi, dolorosi, si può pensare..
Possiamo immaginare che un giorno, Narciso e Eco, per motivi che sono ancora in parte oscuri, abbiano l’intuizione, e ancora la forza, di riprendere il proprio cammino a ritroso con l’intenzione di trovare gli dei che li hanno condannati, per chiedere loro di revocare la condanna. Il cammino a ritroso dipende dalla loro memoria di sé, come la memoria dipende dalle strade che sceglieranno di percorrere.. Ci saranno momenti in cui, forse, si incontreranno a ritroso, come si incontrarono avanzando.
Possiamo immaginare che la metamorfosi a ritroso faccia loro il dono di forze che avevano perduto, di nuovi dolori anche, certamente le cose che vedranno del passato avranno forme diverse, perché guardate dal futuro. Possiamo immaginare che ci voglia molto tempo e che un giorno, entrambi, arrivino dai loro dei e che, allora, usando lo specchio degli occhi di Giunone e Nemesi, scoprano un segreto.. che la condanna è vera, verissima, spietata.. fino a quando è creduta.
Se possiamo immaginare tutto questo, allora possiamo immaginare che nessuno potrà più raccontare alcun mito su Narciso e su Eco, né sapere se, insieme, proseguiranno il loro cammino.
Un ringraziamento speciale a Umberta Telfener per le riflessioni che emergono dal confronto con una condizione dell’esistenza, che tutti noi in parte conosciamo, tanto difficile da raccontare… molto vera.

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