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Il pubblico racconta “Scrittori e terapeuti si raccontano”

dicembre 1, 2006

di Alessandro Mascherpa e Maria Chiara Gozellino, psicologi clinici e terapeuti familiari in formazione, membri dell’Associazione Multiverso, Cremona.

INTRODUZIONE

Sabato 9 settembre 2006 si è tenuto a Mantova il convegno della SIRTS (Società Italiana di Ricerca e Terapia Sistemica) dal titolo “Scrittori e terapeuti si raccontano”. L’incontro è stato inserito tra gli eventi collaterali del Festival Letteratura 2006. Dovendo raccontare quello che è successo nel corso dell’incontro (una storia, una delle tante possibili) ci si pone immediatamente un problema: come descriverlo? E che stile utilizzare? Ci domandiamo allora che tipo di lettore potrebbe casualmente imbattersi, perso nell’immensa complessità della rete, in questa pagina e decidere di continuare a leggere quanto stiamo cercando di scrivere. Dovremmo pensare a lui, mentre scriviamo, senza tuttavia tralasciare le motivazioni che ci hanno spinto a scrivere questo articolo, oppure dovremmo lasciare che le dita battano al ritmo dei pensieri seguendo la corrente delle nostre personali impressioni e riflessioni? Forse ricostruire il percorso ideale del convegno ci potrà essere utile per decidere che tipo di storia raccontare.

Dunque vediamo… La giornata, o meglio il pomeriggio (dalle 14,30 alle 19,30 circa) era diviso in tre parti, che prendevano il nome di tre movimenti musicali…

PRIMA PARTE: ANDANTE ESPRESSIVO

Massimo Schinco dialoga con Stefania Maietti e Umberta Telfener

Il libro che ha aperto le danze è stato “Chi ha ucciso il principe azzurro?” di Stefania Maietti. Il testo, nato quasi con valenze autoterapeutiche (come ha affermato l’autrice), ha suscitato una discussione tra autori e pubblico sul tema dell’amore ideale. Nel corso del dibattito scopriamo innanzitutto che il principe azzurro è ancora vivo, oggi. Non è morto con la generazione delle favole lette sui libri, di topolino e degli eroi in calzamaglia. Si nasconde nei piccoli centri di campagna, quelli un po’ isolati, in cui le tradizioni sono più dure a morire. E con lui continuano ad esistere tutte le difficoltà che nascono nel dover essere principi azzurri e principesse, nel dover vivere il matrimonio come un rito indispensabile che permette di ottenere una certa rispettabilità sociale. L’idea dell’amore romantico sembra comunque resistere anche in altri contesti più “urbanizzati”, in cui l’eroe diventa antieroe, il fedele destriero un motorino e l’abito azzurro prende la foggia di jeans sdruciti e magliette firmate (questa trasformazione non deve essere riuscita molto bene alla fata di turno). Questo tipo di amore è l’amore per i maledetti, un amore a suo modo intriso di romanticismo disperato, un amore “malgrado sè”, come sottolinea Umberta Telfener.

Ma una volta ucciso il principe azzurro, che cosa rimane? Secondo Stefania Maietti resta la realtà dietro l’ideale, la libertà dai vincoli sociali che ci inchiodano a ruoli difficili da sopportare, rimane l’idea dell’amore perfetto nella sua imperfezione. Al termine della discussione ci verrebbe quasi da domandarci se, come nella migliore tradizione della fiction contemporanea, in realtà anche questa volta il principe sia scampato all’uccisione, magari simulando una morte apparente o facendo giustiziare qualcun altro al posto suo…

Di genere decisamente differente è il secondo libro presentato in questa prima parte del pomeriggio: “Ho sposato un narciso” di Umberta Telfener. Il libro, nato soprattutto dall’esperienza clinica dell’autrice, diviene un’occasione per raccontare e raccontarsi, per soccorrere ma anche per soccorrersi. Il testo viene presentato, quasi scherzosamente, come un manuale di sopravvivenza per donne innamorate di “uomini narciso”. In realtà sembra essere molto di più. Come è fatto un narciso? Perché alcune tipologie di donne non possono fare a meno di essere attratte da questo tipo di uomini? Come fare a convivere, il più serenamente possibile, con un uomo di questa risma? Quali strategie adottare nella quotidiana lotta per la sopravvivenza della relazione? Il testo di Umberta Telfener si pone lo scopo di rispondere a queste ed altre domande, integrando concetti teorici con storie tratte dalla clinica. Il dibattito si sposta invece sul tema della scrittura: scrivere perché? E soprattutto per chi? I vari autori presenti delineano aspetti differenti dello scrivere. L’autrice sottolinea il valore curativo ed autocurativo dello scrivere, indipendentemente dalla presenza di un ipotetico lettore (rischiando tuttavia di cadere in una forma di scrittura un po’ narcisistica). Massimo Schinco, parlando della propria esperienza personale di scrittore, pone in primo piano l’importanza dell’avere nella mente un lettore (il suo, dice scherzando, è molto severo, vagamente persecutorio). Il lettore diviene poi reale ed è fonte importantissima di numerosi feedback, che arricchiscono l’autore. Secondo Pio Peruzzi la questione va posta in termini differenti, poiché scrittore e lettore sono strettamente complementari e vanno considerati insieme. Se da una parte non esistono libri pubblicati per nessuno, dall’altra è pressoché impossibile non pensare alle reazioni che susciterà nel lettore quanto scritto dall’autore.

Ci chiediamo se non sia possibile pensare anche ad una scrittura in funzione di differenti parti di sé. Si potrebbe allora forse prendere in considerazione, spostando il focus del discorso sugli aspetti temporali, lo scrivere per sé passati e per sé futuri…

Il dibattito si conclude con un intervento di Luigi Boscolo che, attingendo ad episodi della sua enorme esperienza clinica, richiama l’autrice ad una visione più circolare dei rapporti di coppia, avvertendo un forse eccessivo schieramento a favore delle donne, dipinte in chiave troppo vittimistica.

PARTE SECONDA: ALLEGRO CON BRIO

Iva Ursini dialoga con Luca Casadio e Vanna Puviani

Quale stile scegliere per raccontare storie che curano? Luca Casadio propone una narrazione in chiave umoristica nel suo “L’umorismo: il lato comico della conoscenza”. Il lato comico permette di non prendere nessuna teoria troppo sul serio, diventa per il narratore una sorta di vaccino ad innamorarsi troppo delle proprie teorie. Anche nel contesto terapeutico Casadio dice di non cercare di dare continuamente delle riletture, ma di dialogare con i clienti utilizzando immagini che suscitino a loro volta narrazioni. Usare delle immagini umoristiche è per lui un modo per superare il limite e il fallimento della conoscenza linguistica, intellettuale ed astratta. La natura stessa dell’umorismo è quella di proporre un sapere relazionale e “locale”, che sovverte e ristruttura le definizioni razionali e può aprire un varco verso il mondo delle emozioni. Casadio arriva ad affermare che la psicoterapia stessa è umoristica per definizione, perché si parte dal caos e nella relazione si arriva ad un punto in cui le premesse cambiano, il finale invalida le premesse!

Si apre poi il dibattito sullo stile “umoristico e irriverente” proposto da Casadio. Luigi Boscolo a questo proposito introduce il tema dell’utilizzo delle metafore, che prendono la propria forza dalla possibilità di accedere a due piani differenti di significato, quello razionale e quello emotivo. Contattare in modo così diretto le emozioni dei pazienti può avere un effetto non solo umoristico, ma anche drammatico. Emergono allora altri interrogativi: l’umorismo si può fare solo quando si sta bene? In conclusione di terapia si possono fare battute di spirito? È possibile ridere insieme al cliente della storia che si sta raccontando insieme?

Iva Ursini conclude l’intervento lasciando aperti gli interrogativi, dicendo che il terapeuta-narratore si offre al cliente-lettore con le proprie storie, ma che immediatamente il lettore diventa coautore del testo e che solo nella relazione si definirà lo stile della narrazione: comico, tragico, surreale…

Quali storie si possono raccontare con i bambini? Quali storie raccontano i bambini “difficili”?

Vanna Puviani nel suo “Le storie belle si raccontano da sole” propone una metodologia di lavoro in età evolutiva che possa favorire il racconto delle storie da parte dei bambini. L’autrice racconta, coadiuvata da un supporto visivo relativo al lavoro svolto, come le storie personali dei bambini si sono intrecciate con le storie fantastiche inventate da loro. I disegni della prima fase del lavoro, punto di partenza della storia terapeutica, servivano per cogliere un aspetto, un simbolo o un personaggio che veicolasse delle emozioni positive e che accompagnasse il bambino in un viaggio attraverso nuovi disegni e nuove storie. Il terapeuta creava l’occasione per il bambino di diventare narratore di storie belle e commoventi e l’adulto giocava il ruolo di ascoltatore. Il terapeuta metteva così in movimento la storia che il bambino gli offriva per immagini e attraverso il movimento si poteva generare un circolo virtuoso che faceva emergere nuove risorse del bambino.

PARTE TERZA: MOLTO ADAGIO CON MOLTO SENTIMENTO

Mauro Mariotti dialoga con Pietro Barbetta, Maria Gloria Campi e Lisa Galli

Il primo libro presentato in questa terza parte è “Anoressia e isteria – una prospettiva clinico-culturale” di Pietro Barbetta.

L’autore in questo testo rilegge l’anoressia, arricchendo una visione più propriamente clinica con una prospettiva culturale ed antropologica. L’anoressia, spiega l’autore, è una malattia di per sé rara poiché è tipica di una piccolissima parte della popolazione mondiale: quella ricca, opulenta. Si tratta di un fenomeno epidemico in occidente, ma quasi sconosciuto in altre parti del Mondo, dove si muore di fame per mancanza di cibo. Certo si sta parlando dell’Anoressia (con la A maiuscola), e non di forme miste, oggi molto più diffuse. Poi c’è la diffusione mediatica, spiega Barbetta, che confonde le etichette diagnostiche, generando solo confusione. La discussione si sposta poi sulle differenze tra anoressia vera ed isteria. Dove collocare il confine tra le due? L’anoressica vera è quella che si lascia morire di fame (e ci riesce), oppure sono possibili distinzioni più sottili? Per esemplificare il dilemma l’autore racconta un caso clinico in cui una paziente prima anoressica (di quelle che rischiano veramente di morire in una corsia di ospedale) sia poi guarita, portando però a distanza di tempo una sintomatologia di tipo isterico.

Il dibattito si apre poi ad alcune considerazioni su di un altro termine chiave per questa patologia: la parola “disordine”. Già perché in modo paradossale le anoressiche creano disordine all’interno della loro famiglia, portando in un sistema, già di per sè disordinato, una quota eccessiva di ordine e di perfezione. La discussione termina con un quesito/intervento di Luigi Boscolo sugli esiti delle terapie del gruppo di Milano (Boscolo, Cecchin, Selvini, Prata) su pazienti anoressiche e sulla metodologia paradossale utilizzata dal gruppo nel primo periodo di intervento.

Quando i bambini non possono parlare, chi racconta le loro storie?

Maria Gloria Campi porta la propria esperienza in campo giuridico e di tutela minorile per raccontare le esperienze di bambini che si trovano in un contesto che non rende loro giustizia. “I bambini giustiziati” descrive la difficoltà di un sistema di competenza degli adulti di farsi carico dei diritti dei bambini, che rischiano di subire un ulteriore “abuso istituzionale”. L’autrice poi allarga lo sguardo anche alle madri di questi bambini sottoposte ad un fortissimo carico di aspettative da parte dei Servizi. Il dubbio che emerge è che frequentemente la legge stessa, che dovrebbe tutelare i diritti dei più deboli, poi chiede loro di sottostare a dei parametri irrealistici. In questi casi l’idea di Madre (di come dovrebbe essere la madre ideale) non diventa un modello educativo o riabilitativo, ma un parametro di valutazione. È compito arduo far cogliere al tribunale dei minori una visione più complessa del sistema familiare. Un’altra difficoltà delle Istituzioni è accettare l’idea di un processo di cambiamento, di un’evoluzione dei rapporti interpersonali. Il ruolo dello psicologo in questi contesti dovrebbe essere quello di dare voce alle parole dette a mezza voce dai bambini, supportando le risorse delle persone coinvolte per trovare una nuova dimensione affettiva.

Conclude la giornata la presentazione del libro di Lisa Galli e Giuseppe Montalbano “Nella vita chi è felice è pazzo”. Presenta il testo Lisa Galli, psicooncologa che ha lasciato i panni della terapeuta per raccontare insieme a Giuseppe Montalbano, un giovane paziente, la storia della sua vita e della sua malattia. “Ora Giuseppe non c’è più” dice la voce commossa di Lisa Galli, che racconta come questo libro sia stato utile per Giuseppe per avvicinarsi alla morte e a lei stessa ad accettare la scomparsa di una persona come lui. Giuseppe conviveva con la malattia dall’età di undici anni ed aveva sviluppato una visione della vita al positivo, nonostante tutto, con umorismo e disincanto. L’ironia non era per lui una mancanza di consapevolezza, ma una strategia di sopravvivenza. La terapeuta, di fronte all’ineluttabilità della malattia terminale, diventa narratrice e testimone della storia di Antonio, un racconto che da personale diventa universale. Da ricordo per i familiari si trasforma in testimonianza per tutti coloro che si troveranno ad affrontare un’esperienza analoga come operatori o come pazienti.

ALCUNI RIFERIMENTI

Riportiamo di seguito i riferimenti dei testi presentati.

Stefania Maietti “Chi ha ucciso il principe azzurro?”, Otma Edizioni – www.agendadeipoeti.com

Umberta Telfener “Ho sposato un narciso”, Castelvecchi Editore – www.castelvecchieditore.com

Luca Casadio “L’umorismo: il lato comico della conoscenza”, Franco Angeli Editore – www.francoangeli.it

Vanna Puviani “Le storie belle si raccontano da sole”, Edizioni Junior – www.edizionijunior.it

Pietro Barbetta “Anoressia e isteria”, Raffaello Cortina Editore – www.raffaellocortina.it

Maria Gloria Campi “I bambini giustiziati”, Edizioni Il Cartiglio Mantovano

Lisa Galli e Giuseppe Montalbano “Nella vita chi è felice è pazzo”, Emily Foster Publishing – www.emilyfosterpublishing.com

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