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Cultura, gender, bioetica

ottobre 10, 2006

Conversazione con Pietro Barbetta sul libro “Anoressia e isteria. Una prospettiva clinico-culturale” a cura di Massimo Giuliani

Pietro Barbetta: Professore associato di Psicologia clinica, docente di Psicologia dinamica e di Psicodinamica delle Relazioni Familiari Università di Bergamo. Membro del Collegio Docenti del Dottorato in Psicologia clinica Università di Bergamo. Didatta del Centro Milanese di Terapia della Famiglia. Direttore scientifico della Scuola di Counselling del Centro Isadora Duncan, Psicoterapeuta presso il Centro Isadora Duncan. Ha svolto seminari, conferenze, attività di consulenza e supervisione presso numerose università e istituti di ricerca e terapia in Italia, Spagna, Francia, Brasile, Argentina, Stati Uniti, Svizzera, Regno Unito. E’ autore di numerosi saggi in lingua italiana, inglese, spagnola, portoghese.

D: Parlando di “disturbi alimentari” poni una domanda che mette in discussione quello che di solito si pensa sulle ragazze (meno spesso sui ragazzi) che decidono di digiunare: esiste un diritto a lasciarsi morire di fame? Al di là del fatto che quel che sostiene più energicamente la volontà di digiunare è spesso proprio l’opposizione degli ‘altri’ a quella scelta, l’escalation simmetrica che paralizza la libertà di scelta e tiene le persone bloccati nelle loro scelte, la terapia della famiglia deve una parte cospicua della propria storia proprio alla cura dell’anoressia come “malattia”…

R: Malattia, disturbo, disordine. Mi piace usare il termine disordine perché è, a mio avviso, la traduzione più fedele della parola inglese “disorder” che, chissà perché, i traduttori italiani continuano a tradurre con “disturbo”. Malattia rinvia al dispositivo medico, disordine è una parola polisemica, contiene in sé un elemento di resistenza e di irriducibilità del discorso psicologico al dominio sanitario, rinvia alla dimensione culturale e antropologica della psicologia e ci aiuta a pensare il nostro lavoro come parte delle scienze sociali. Ecco dunque che, anziché sorgere dall’anoressia i temi del calo ponderale, dell’amenorrea, delle anomalie chimiche, sorgono i temi del diritto di morire, della condizione delle donne, del colonialismo.
Vero è che, per esempio, Lugi Boscolo ha, in moltissime occasioni, parlato in terapia con famiglie anoressiche di “sciopero”, oppure che Salvador Minuchin pare che dicesse: “Anoressia…dunque vediamo, ah sì! E’ una parola greca, vuol dire testona (stubborn)”.
La parola disordine rinvia dunque a un ordine che è, in primo luogo, un ordine sociale e culturale: l’ordine familiare. E si sa, ogni ordine, per essere tale, deve contenere una certa quantità di menzogne e di finzioni. Sembra che l’anoressia sia uno dei tanti modi per disvelare il lato menzognero dell’ordine, la sua finzione, che poi è anche la sua funzione. Lo dico senza vis polemica, sia chiaro. Io non sono contro l’ordine, sono a favore. Ma ciò non significa affatto che si debba rinunciare ad analizzarlo.

D: Una sezione del tuo libro è dedicata a una ricerca condotta in una mailing list di ragazze anoressiche: colpisce il linguaggio con cui esse stesse parlano della loro condizione. Quanto risente della costruzione sociale, mediatica, letteraria, secondo te e da quanto emerge da quella ricerca, la visione di sé e dell’anoressia da parte di quelle ragazze? Quanto vi si ritrova del discorso diagnostico dominante?

R: Tanto. Sempre, secondo le ricerche etnografiche sulla folk diagnosis (diagnosi popolare), il linguaggio della vita quotidiana che riguarda questioni relative a un dominio specialistico usa in modo meno vincolato e rigoroso i termini del dominio spcialistico. Ciò non significa affatto che il linguaggio quotidiano sia meno preciso, al contrario. E’ però certamente un linguaggio incoerente e contraddittorio. Preciso in quanto incoerente e contraddittorio. Chi ha detto che coerenza e precisione stanno insieme? In oltre 20 anni di attività come psicologo devo dire che la curiosità è il momento in cui si perde la coerenza. Ecco dunque le immagini della donna debole e delicata che si affiancano a quelle del desiderio di mascolinità, quelle dell’invecchiamento precoce che si aggiungono a quelle della gioia di poter provare i vestitini di una bambina di 6 anni. A volte tutti questi, a altri argomenti, convivono nelle narrazioni di una stessa persona. Non si tratta certo delle narrazioni coerenti che cercano i terapeuti. Lo scarto tra il discorso diagnostico dominante e queste narrazioni consiste nel bisogno “scientifico” del primo di cogliere delle dinamiche patogene essenziali, cosa che, con un disordine così particolare come l’anoressia e i suoi correlati, ha poratto il mondo sanitario e quello mediatico a realizzare esperienze così aberranti come gli anoressocomi. Un cura paradossale: rispondere al controllo con un controllo ancora più potente. L’anoressica non regiasce alle nostre categorie? Bene, rinchiudiamola in luoghi dove la costringiamo a letto, con un programma di aumento ponderale che se non viene rispettato la porterà a un rinvio delle dimissioni, con controlli farmacologici, ecc.

D: In apertura definisci i confini del tuo lavoro “tra gli studi clinici, gli studi culturali e gli studi di genere”. Spiega questa scelta, che parla molto del tuo approccio.

R: Dunque, direi che, in primo luogo, il mio libro si pone delle domande di bioetica. C’è una domanda di bioetica che da tempo vado facendo ai colleghi psichiatri. E’ semplice: “Se un tuo paziente schizofrenico non intende prendere i farmaci, tu che fai?”. Fino ad ora tutti mi hanno risposto in questo modo: “No, adesso, con i neurolettici atipici (clozapina, olanzapina, ecc.) il farmaco i pazienti lo prendono abbastanza volentieri, raramente ha effetti collaterali, è ben tollerato”, ecc. E’ ovvio che, nonostante la semplicità della domanda, la risposta dello psichiatra non riguarda affatto la domanda che io pongo. Mi sono domandato a lungo perché e la risposta che mi pare più plausibile riguarda il tema dell’interpellazione. Che cos’è l’interpellazione? Ne parlò tempo fa il filosofo Louis Althusser facendo un esempio, un poliziotto si para dinanzi a una folla che si muove nel centro di una grande città e grida, alzando il dito in segno ostensivo: “Ehi tu! Sì, proprio tu!”. A questo punto, dalla folla una persona si stacca e, per esempio, incomincia a correre in segno di fuga.  Questo è tutto ciò che noi vediamo, senza neppure sapere se la persona fugge dall’interpellazione ( e dunque la accetta), se si tratta proprio della persona che il poliziotto cercava (magari cercava di prendere un ladro di cibo in un supermercato, e invece chi fugge, se fugge e non sta facendo una prova di velocità, fugge perché, con una psitola in tasca, stava per apprestarsi a fare una rapina in un negozio, ecc.). Non è neppure certo se il poliziotto cercasse relamente qualcuno, oppure stesse facendo una prova per vedere se tra la gente c’è qualcuno che ha qualcosa da nascondere.
L’interpellazione muove un dispositivo e cattura sia l’interpelato (la persona che “fugge”), che l’interpellante (il poliziotto). Così lo psichiatra è talmente prigioniero del proprio dispositivo, che non riesce, neppure per un istante, a pensare alla questione della decisione di prendere un farmaco coma a un possibile libera scelta del paziente. Tanto più se schizofrenico, ma io sto già parlando del mio prossimo libro sulla schizofrenia.
Direi che il miglior commento ad “Anoressia e isteria” lo ha fatto Marcelo Pakman durante la presentazione del mio libro alla libreria Utopia di Milano, vi ha letto quel che io non pensavo di avere scritto, rivelandomi una parte nascosta del mio lavoro: l’anoressica classica e l’isterica sono diverse perché rispondono a diversi meccanismi d’interpellazione sanitaria. Com’è stato mostrato da Sarah Jacobs l’anoressica dimostra di essere tale solo quando muore, questo è ciò che il dispositivo dell’interpellazione sanitaria richiede per poterla salvare: che muoia.

D: Nel tuo libro non mancano i riferimenti psicoanalitici: qual è l’uso che fai di queste metafore?

R: Gli psicoanalisti dei quali ho grande ammirazione sono Freud, Jung, Melanie Klein, Winnicott e Lacan. Ognuno per ragioni diverse. In breve: Freud perché l’ha fondata ed è stato capace di cambiare la sua posizione e la sua pratica (cosa che i freudiani non riescono quasi mai a fare), Jung perché ci ha portati nel mondo dei sogni e dell’immaginario, Klein per avere descritto il teatro della frammentazione, Winnicott per avere inventato il dialogo in terapia e Lacan per aver trasformato la psicoanalisi in analisi del linguaggio (anche se molti lacaniani somigliano ai freudiani). Però i miei autori prediletti non sono psicoanalisti, ne sono stati fortemente influenzati, a partire da Gregory Bateson, che aveva subito l’unica influenza interessante della psicoanalisi negli Stati Uniti, quella che rigurada gli antropologi e che, successivamente, aveva riscoperto alcune tra le più controverse opere di Jung. Luigi Boscolo e Gianfranco Cecchin, che sono i miei maestri nelle pratiche terapeutiche, erano stati due psicoanalisti. Vi sono tuttavia, tra coloro che prediligo, alcuni autori che criticano radicalmente, almeno per alcune fasi della loro vita, la psicoanalisi. Tra questi Michel Foucault, le cui opinioni cuastiche sulle pratiche psicoanalitiche sono assai note e René Girard, che nel settimo capitolo del suo libro “La violenza e il sacro” espone una delle critiche più convincenti alla teoria freudiana dell’Edipo a partire dal double bind.
Con ciò, non sono certo d’accordo con quella ignobile levata di scudi contro la psicoanlisi in nome dell’evidence based medicine, che vorrebbe usare criteri di valutazione d’efficacia delle psicotarepie basati su modelli di addestramento comportamentista. Sono convinto che la battaglia che psicoanalisti e terapeuti sistemici stanno conducendo in Francia contro le cosidette TCC (terapie cognitvo comportamentali, anche se non credo si tratti degli stessi modelli italiani, che mi paiono molto più interessanti) sia legittima. Per questo ho recentemente chiesto ad Adriana Valle di tradurre in italiano il libro di Elisabeth Roudinesco (psicoanalista e storica della psicoanalisi) “La famiglia in disordine” al fine di riaprire un confronto con alcuni dei più interessanti e fecondi sviluppi del pensiero psicoanalitico intorno a un tema che è tanto caro ai terapeuti familiari: la famiglia.

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