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A proposito di “Ma tu, amore mio…”

luglio 29, 2006

Conversazione con Massimo Schinco

Dopo l’articolo pubblicato qualche mese fa su “La Rete”, la mail di una lettrice propone un confronto: la terapia sistemica, il sacro, la religione…

È quello che vorrebbe essere sempre questo sito, e qualche volta gli riesce: un’opportunità di scambio di vedute e di dibattito, una possibilità di “ipertestualizzare” le idee di chi ci scrive su, rendendole un nodo di una rete di idee e non una parola definitiva scolpita sul “granito” di una pagina in internet (d’altra parte, è possibile immaginare un mezzo meno granitico e stabile di internet?).
Così una lettrice, nelle settimane successive all’uscita dell’articolo “Ma tu, amore mio…” di Massimo Schinco, ha scritto a “La Rete” per porre un quesito, che tocca direttamente, direi, i nodi centrali della riflessione che da anni Massimo Schinco conduce sul tema della relazione tra psicoterapia e “sacro”: l’ho, naturalmente, immediatamente girato all’autore. Il quale, sebbene fossimo in pieno periodo vacanziero, non si è sottratto e anzi mi ha inviato una risposta. La speranza sua e mia è che qualcun altro raccolga lo spunto e aggiunga di suo. L’argomento è di quelli che suscitano più di un pensiero…
Massimo Giuliani

La domanda

Buongiorno!
seguo  ormai da tempo io suo sito e ho apprezzato lo scritto di M. Schinco “Ma tu amore mio…” dove ritrovo un poco la mia esperienza di “paziente” e le mie radici cristiane.
Ora le chiedo: esiste una lettura sistemica del cristianesimo o del Nuovo testamento?
Sistemica e cristianesimo possono trovare un punto d’incontro?
Grata se vorrà rispondermi anche nella calura estiva.
(segue firma)

La risposta di Massimo Schinco

Le domande della Lettrice sono le seguenti:

– esiste una lettura sistemica del cristianesimo o del Nuovo testamento?
– Sistemica e cristianesimo possono trovare un punto d’incontro?

Inizierei la discussione da quest’ultima, con una precisazione sui termini del problema.

Come sappiamo, l’approccio sistemico applicato alla psicoterapia consiste in un vasto insieme di teorie e pratiche che condividono in modo più o meno rigoroso alcuni principi epistemologici: innanzitutto la causalità circolarità, la totalità, l’equifinalità. Al di là di ciò vi sono differenze più o meno accentuate che sono riconducibili, a mio avviso, all’importanza data agli aspetti di autonomia o viceversa di eteronomia nei sistemi umani. E’ grosso modo la differenza tra la cibernetica di primo livello e quella di secondo livello. Poi vi sono ancora differenze legate al peso e all’uso del linguaggio e degli aspetti culturali, per cui vi sono pratiche e filoni teorici più sbilanciati in direzione del costruzionismo sociale e altri più tradizionalmente costruttivisti.
Il cristianesimo viceversa è una religione, o meglio ancora un vasto insieme di religioni che condividono radici storiche, antropologiche e dottrinali comuni, però con profonde differenze che riguardano non  solo la teologia, bensì anche la mentalità e i costumi dei cristiani di questa o quella confessione. Parlando in modo discorsivo, in Italia facciamo coincidere spesso cristianesimo e cattolicesimo ma le cose non stanno proprio così…
Fatte queste precisazioni potremmo riformulare la domanda articolandola come segue:

– in quale misura la pratica sistemica e la visione del mondo cristiana sono compatibili?
– la visione antropologica sottesa alle teorie sistemiche insieme e l’antropologia cristiana sono conciliabili?
Nel tentativo di rispondere emergono aspetti curiosi.
Per quanto riguarda la pratica il cristianesimo e la teoria sistemica invitano in modo simile ad alcuni atteggiamenti comuni: la ricerca della bellezza (vi sono in merito alcuni scritti molto affascinananti dell’attuale Papa Benedetto XVI) e della grazia, la relativizzazione di ogni struttura di potere, il sentimento della meraviglia, l’importanza della narrativa, l’accento sul legame tra azione pratica e visione del mondo.
Da un punto di vista storico è innegabile l’importanza avuta da istituzioni e persone di matrice cristiana nello sviluppo della terapia della famiglia: consultori, scuole, istituti di ricerca, università… ciò si spiega facilmente con il fatto che nella filosofia e nell’antropologia cristiana famiglia, verità e religione sono tre termini strettamente legati. Se fiorisce uno, fioriscono gli altri due, se appassisce uno, appassiscono gli altri due.
Da un punto di vista teorico le cose sono andate diversamente. Finché la terapia sistemica è rimasta ancorata alla prima cibernetica e fortemente orientata in senso eteronomo  non ci sono stati grossi problemi. Man mano che la terapia sistemica si è inoltrata nella seconda cibernetica e quindi in direzione di un “indebolimento” di concetti come realtà, verità e struttura familiare i problemi si sono fatti sempre più consistenti, in quanto l’approccio sistemico si è collocato in modo piuttosto riconoscibile nell’ambito del cosiddetto pensiero debole e del relativismo postmoderno. E su questo, di nuovo è possibile richiamare alcuni tra i primi interventi, stavolta  in senso di allarme, di Papa Benedetto XVI.
La posizione immanentista e razionalista di Bateson, che di fatto ha dato l’avvìo a questo processo, è ancora differente, ma su di essa non mi soffermo perché ne ho parlato estesamente sia nel libro “O divina bellezza… o meraviglia” sia nell’articolo “amore mio…” cui si riferisce la lettrice.
Quindi un appassionato di terapia sistemica che condivida l’antropologia cristiana, per fede o per cultura o per entrambe, non sempre ha vita facile. Peraltro è proprio il relativismo il ponte che permette un interessante connessione tra approccio sistemico e antropologia cristiana, in quanto esiste – come faceva notare recentemente anche Enzo Bianchi – un relativismo cristiano, in quanto tutto per il cristiano è da relativizzarsi a Dio. E Dio è un’infinità di porte aperte…. il concetto tomistico di religione come “ordinamento dell’uomo verso Dio” può essere riletto in modo molto differente dalla concezione legalista che spesso ha prevalso nel vissuto degli individui o nella pratica del controllo sociale. Non sono pochi i cristiani che testimoniano l’esperienza di Dio come l’esperienza di una libertà interiore profonda e inattaccabile. Tutto quindi è da trascendersi, e questo atteggiamento ci getta in una dimensione ermeneutica costante che garantisce l’irriducibilità dell’altro ad oggetto e quindi l’autentico dialogo tra persone.
Dal mio punto di vista quindi la visione antropologica cristiana aiuta a non “sedersi” su una visione ideologizzante della terapia sistemica, che secondo me è pericolosa per tutti, comunque la si pensi. Ci mantiene più vicini di quanto i non cristiani pensino a quello che il filosofo cattolico Gabriel Marcel ha chiamato “il desiderio creatore” e alla “divina umanità” di cui ci ha parlato Nikolaj Berdjaev. Ci aiuta a non sottovalutare il metodo della testimonianza (è sempre Marcel che parla) che è il fondamento di ogni narrativa…
E qui vengo alla prima domanda, a proposito della lettura sistemica del cristianesimo e del Nuovo Testamento.
Bateson ha tentato in tutti modi una “riduzione sistemica” del cristianesimo e del Nuovo Testamento in  particolare. Ha scritto cose affascinanti, arricchenti e curiose, ma a me – sbaglierò – sembra sempre conscio di non esserci riuscito. Maturana e Varela aprono il loro “Albero della conoscenza” con una riproduzione e commento di un bellissimo quadro dell’incoronazione di spine…
Ci sono certamente aspetti “sistemici” che si possono cogliere nei racconti evangelici (uno per tutti: l’importanza della guarigione della suocera di Pietro) ma l’evento fondamentale, e cioè la sequenza passione-morte-risurrezione non è secondo me leggibile sistemicamente se non con esiti molto riduttivi. Ciò per più motivi; alcuni attengono all’approccio sistemico, che non si muove molto agevolmente nell’area del male e del conflitto morale. “Mors et vita duello conflixere mirando…” recita la sequenza pasquale. Si tratta di un duello irriducibile ad una complementarità cibernetica o a un problema di comprensione e non è affrontabile con la connotazione positiva.
Altri motivi sono propri del cristianesimo: i primi cristiani che hanno raccontato passione, morte e resurrezione si rendevano conto che la vicenda poteva solo apparire folle o scandalosa… Essi non potevano dire altro che “ho visto, ho creduto”, anche quando la visione si verificò nell’intimo del cuore, come avvenne per San Paolo, o attraverso il contatto fisico, come per San Tommaso.
Il mio punto di vista personale è che non solo l’approccio sistemico, ma qualsiasi approccio psicoterapeutico possa aiutare le persone ad affrontare delle soglie a partire da cui esse vengono interpellate sulle loro reali scelte di fede. Ma su quelle soglie i terapeuti devono fermarsi e deporre il loro armamentario di teorie, tecniche e pratiche, evitando di diventare invadenti e potenzialmente dannosi. Religione e psicoterapia possono senz’altro dialogare, a condizione di rimanere due ambiti ben distinti l’uno dall’altro.
Grazie a tutti per l’attenzione,
Massimo Schinco

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