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Dal mondo interno alla relazione (e ritorno)

giugno 26, 2006

Conversazione con Fabio Monguzzi sul libro “La coppia come paziente”
Intervista a cura di Massimo Giuliani

Fabio Monguzzi: psicologo e psicoterapeuta, si occupa da molti anni di clinica della relazione di coppia, sia da una prospettiva psicoanalitica che sistemico-relazionale. Libero professionista, vive e lavora a Milano dove collabora con lo Studio associato dell’Associazione per la Ricerca in Psicologia Clinica (ARP) e con il Centro di Terapia Familiare dell’ASL Città di Milano; è docente presso European Institute of Systemic-relational Therapy (EIST). Socio fondatore di Arcipelago Onlus, Centro di psicologia clinica per la coppia e la famiglia è autore di numerosi contributi sui temi delle relazioni di coppia e familiari.

D: Ho una teoria: i clinici di origine sistemica che si sono gradualmente spostati verso una cornice psicoanalitica spesso sono stati indotti a farlo proprio dal lavoro con le coppie. Credo cioè che gli elementi delle teorie sistemiche più classiche (il paziente designato, il sintomo come comunicazione ecc.) non si applicassero a situazioni come il conflitto di coppia. Per qualche tempo il modello sistemico può essere stato poco attrezzato per affrontare tali situazioni con modalità e strumenti propri…

R: Credo che lo spostamento dei clinici da un orientamento all’altro sia avvenuto in un primo momento in relazione ai trattamenti individuali per i quali un modello sufficientemente condiviso, almeno in termini generali, dalla comunità sistemica non sia mai stato messo a punto. Certamente la questione della coppia può aver seguito a ruota. Ho la sensazione che per tanto tempo non ci sia stato, salvo alcune eccezioni, un modello per il trattamento della relazione di coppia, ma che si sia applicata ai partner una terapia familiare. Nel contempo è cresciuta in questi anni in ambito psicoanalitico l’attenzione al relazionale, penso all’evoluzione delle teorie delle relazioni oggettuali, ad autori come Sullivan, Mitchell, Ogden, Stolorow, Atwood, ecc. al controtransfert che viene reinterpretato come transfert dell’analista…
Vi è inoltre in Italia una tradizione consolidata di intervento psicoanalitico sulla coppia da parte di Pandolfi, Nicolò Corigliano, Zavattini, Norsa, Cigoli,ecc.

D: da quando la prospettiva sistemica si è arricchita di concetti come la comunicazione culturale, lo sguardo alla differenza, l’attenzione al gender, può contare su una strumentazione propria per affrontare il conflitto e il problema di coppia. Che ne pensi?

R: Sono d’accordo, credo che ora l’orientamento sistemico abbia buoni modelli di terapia di coppia, penso a Ghezzi, Andolfi, Malagoli Togliatti,Neuburger, ecc.

D: Penso anche a quelle coppie che, pur non avendo apparentemente gravi “ferite” o eventi traumatici nella loro storia, cominciano a soffrire a un certo punto della difficoltà a dare senso alla differenza, la vedono anzi come un ostacolo a proseguire la relazione. In questo le teorie della comunicazione interculturale ci offrono metafore utili, che fanno riferimento per esempio alla possibilità di far dialogare differenze su un altro piano, di rinunciare alla coerenza dei modi di essere e di costruire il mondo per esplorare possibilità di convivenza e di coordinamento fra punti di vista differenti. Quello che sto dicendo rientra nella tua esperienza? Come lo descrivi nella tua cornice teorica? Ha a che fare con quelle che definisci “difficoltà evolutive”?

R: Nel libro ho distinto difficoltà strutturali, traumatiche ed evolutive, queste ultime si riferiscono a coppie che ad un certo punto della loro vita, dopoaver sperimentato un’intesa ed uno scambio affettivo soddisfacente, incontrano delle difficoltà. Molto spesso queste difficoltà vengono innescate da una serie di aspetti concreti, quali la nascita di un figlio, il decesso di un genitore, l’acquisizione di una ricchezza improvvisa, un avanzamento significativo di carriera, ecc.
I partner possono giungere a vivere, a seguito di una sorta di difetto di complementarietà, la rottura di un equilibrio interno e un reciproco distanziamento ed estraneità. Molte coppie che si reggono su equilibri caratterizzati da un’intensa compenetrazione non riescono a tollerare la differenziazione che viene così vissuta come estremamente minacciosa.
Mi pare che i modelli terapeutici che si fondano sull’integrazione delle differenze macroscopiche, come quelle tra le diverse culture, si possano rivelare strumenti utili ed applicabili in queste situazioni.

D: Nel tuo lavoro si sente una grande attenzione, ad esempio, verso l’osservazione del non verbale. Quali altri elementi del lavoro sistemico sono ancora presenti oggi nel tuo pensiero e nel tuo modo di lavorare?

R: Certamente l’attenzione alle dinamiche circolari, all’identificazione dei pattern comportamentali dei membri della coppia, l’attenzione al processo d’invio, ma anche l’idea, che con certi pazienti diventa necessità, di lavorare sulle relazioni reali, sulle interazioni. Nel mio modo di lavorare interveniresull’interazione significa anche modificare le rappresentazioni interne, visto che le prime sono espressione delle seconde; e forse qui è possibileidentificare un punto di intersezione tra modello sistemico e psicoanalitico. Questo aspetto mi sta a cuore. Vorrei solo specificare che lavorare prevalentemente sulle relazioni reali o sulle relazioni d’oggetto, avviene in rapporto alle caratteristiche dei pazienti ed all’esito di un processo clinico diagnostico che deve informare su come intervenire.

D: Effettivamente prendi distanza in modo esplicito dagli approcci alla coppia che si risolvono in definitiva in due prese in carico individuali parallele… ti va di spiegare a chi non ha ancora letto il tuo libro che cosa, in una cornice psicodinamica, può evitare questo rischio?

R: Lavorando con la coppia sento la necessità di privilegiare, quale soggetto di osservazione e trattamento, la relazione tra i partner. La coppia chechiede aiuto è come se avesse perduto una sua funzione, una sua capacità che affida temporaneamente al terapeuta, il cui compito è di farsene carico temporaneamente e di collaborare a restaurarla.  Forse si potrebbe dire che è una questione di setting, una terapia di coppia è diversa da una terapia in coppia, nella prima l’oggetto del trattamento è la relazione tra i coniugi, ciò che accade tra di loro che rappresenta un terzo elemento, la loro relazione appunto, composta di funzioni, un’entità unitaria con qualità mentali differenti da quelle del piano interindividuale. In questo caso il paziente è la relazione ed i cambiamenti individuali sono indiretti e conseguenti.Nella seconda accezione si parte invece dai singoli partner, da quanto uno produce nell’altro e viceversa, non viene effettuato un lavoro sulla struttura psichica congiunta, sulla coppia come organismo sovraindividuale. Avere ben chiaro un modello del funzionamento intrapsichico e relazionale della coppia quale sistema mi sembra aiuti a non correre il rischio di perdere di vista l’obiettivo: trattare la relazione.

D: Puoi spiegarmi meglio quanto dicevi poco fa circa il poter lavorare sia sul mondo interno che sulle situazioni reali? Ti servi anche di prescrizioni e consegne, di strumenti per esplorare e far sperimentare possibilità di cambiamenti concreti fra una seduta e l’altra?

R: Posso scegliere se lavorare sulle relazioni reali, sulla dinamica reale circolare che si viene a creare, ma anche interpretare il bisogno emotivo o l’angoscia sottostante che determina quei comportamenti, lavorando così sul mondo interno, sulla complementarietà. Penso che sia necessario lavorare ad entrambi ilivelli con la coppia, e muoversi prevalentemente sull’uno o sull’altro a seconda delle caratteristichedei pazienti, della natura della domanda di aiuto e dello stato di avanzamento del trattamento. Vi sono coppie che presentano un profondo bisogno di contenimento, bisogno che può paralizzare temporaneamente le funzioni di pensiero e che chiede di essere saturato in via prioritaria anche con tecniche di ingaggio che richiedono al terapeuta un atteggiamento molto propositivo.Nelle relazioni di coppia nelle quali vi una marcata tendenza ad evacuare la sofferenza, un funzionamento concreto con funzioni di pensiero molto ridotte, nelle quali vi è un impiego massiccio di identificazioni proiettive intrusive, ove l’azione prende il posto del pensiero può essere opportuno che il terapeuta si orienti maggiormente sull’uso di un registro maggiormente interattivo al fine di intervenire più direttamente sull’azione vincolante del legame tra i coniugi al fine di conquistare una posizione dalla quale introdurre una funzione riflessiva.
Il lavoro sulle relazioni reali prevede l’identificazione della dinamica comportamentale di autorinforzo, il riconoscimento del contributo individuale al mantenimento della relazione patologica, il riconoscimento delle conseguenze delle azioni, conseguenze in molti casi ben differenti dalle intenzioni di partenza. Nel contempo occorre cogliere le ragioni profonde che sottostanno alle azioni reciproche, ora riconosciute e comprese. A questo livello è anche l’analisi del controtransfert che mi aiuta a comprendere meglio ciò che sta accadendo alla coppia. Vi sono pazienti per i quali può essere sufficiente rendersi conto di ciò che accade loro concretamente per innescare delle modificazioni, è come se la consapevolezza restituisse un ruolo attivo, di protagonisti della loro vita e ciò determinasse una ripresa.  Vi sono tuttavia pazienti che ben conoscono ciò che accade, senza che questo li aiuti ed hanno necessità di un lavoro situato ad un livello più profondo.
Nonostante nel mio lavoro con le coppie vi sia un alto livello di concretezza non prevedo l’uso di prescrizioni o rituali, anche se talvolta indicazionicomportamentali non strutturate possono emergere nel corso delle sedute.

D: In che misura, e in che chiave, utilizzi – se lo utilizzi – il genogramma o altre tecniche non verbali?

R:  Pur svolgendo un’approfondita analisi anamnestica della relazione di coppia e tracciando un profilo familiare ed individuale per ciascun partner non uso il genogramma quale metodo strutturato.

D: Questa domanda viene dal fatto che ti conosco da tanti anni e ti ho visto nella prima metà degli anni 90 coinvolto nella svolta sistemica dell’avvento del costruttivismo (anche se già allora, se non sbaglio, teorizzavi un intreccio con le teorie intrapsichiche): come vedi oggi, e dopo il percorso che ti ha portato a lavorare con un approccio marcatamente psicoanalitico, le influenze del postmoderno, del costruzionismo sociale e della narrativa in terapia?

R: Il costruttivismo ed il costruzionismo sociale hanno aperto la strada alla complessità, il paradigma del postmoderno valorizza la molteplicità, la pluralità rispetto all’unità ed alla totalità. Per gli psicoterapeuti ciò significa la necessità di superare steccati paradigmatici e scolastici, ponendo i pazienti e le loro sofferenze al centro dell’attenzione, rovesciando la gerarchia tra modelli teorici, metodologici di riferimento e osservazione clinica. È quest’ultima che deve imporsi e i modelli devono configurarsi come strumenti epistemologici, metodologici e tecnici da organizzare in ordine esplicativo per ricostruire il processo di formazione della sofferenza e comprendere il disagio che ci viene portato.
Questa, credo, è anche la direzione nella quale ho indirizzato i miei sforzo nello scrivere il volume.

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