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“Ma tu, amore mio…”

Mag 15, 2006

“Ma tu, amore mio…”.
Ricordando Bateson e cercando nuove metafore per la psicoterapia

di Massimo Schinco

Massimo Schinco: Psicologo e psicoterapeuta, didatta del Centro Milanese di Terapia della Famiglia dal 1990. Ha lavorato principalmente nelle équipe territoriali degli Enti Locali (consultori, tossicodipendenze, asili nido, tutela materno-infantile, servizi socio-assistenziali), nel settore penitenziario, nelle case di riposo per anziani. Attualmente assiste in supervisione i professionisti di svariate organizzazioni che operano nel campo socio-assistenziale. Si occupa di psicologia delle organizzazioni, lavorando come consulente nella formazione e nella valorizzazione delle risorse umane. Professore a Contratto presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Torino.
Responsabile scientifico di una ricerca presso il Conservatorio Statale di Musica “G. F. Ghedini” di Cuneo.
Ha pubblicato, per le Edizioni Carabà, “O divina bellezza… o meraviglia”, con prefazione di Gianfranco Cecchin.

1. Come mai?

Il tempo trascorre inesorabile per tutti, anche per quegli Autori, come Gregory Bateson, che hanno segnato un’epoca della nostra vita personale e professionale. Ora che cominciamo a guardarlo un poco più da distante, che sentiamo l’esigenza di celebrarlo in congressi [1] e quindi forse di iniziare ad accomiatarci da lui, sorgono delle domande. Quella che risuona dentro di me è: come mai noi psicoterapeuti ci siamo così innamorati di Bateson? Perché ci ha affascinati questa scrittura, anche se in tanti passaggi ne abbiamo sentito la faticosità, a tratti criptica, talora inconcludente come una frase musicale che cerca cadenza e non la trova mai? Che cosa ha suscitato in noi?
Le risposte sono molte e complesse, come complesso è il pensiero di questo strano Autore. Aveva il senso della totalità, era in sintonia con la logica propria di ciò che vive, aveva un sentimento reverenziale verso la grandezza della vita tanto che, pur non essendo un credente in un Dio trascendente, nei suoi scritti dimostrava un autentico timor di Dio. Ma non vorrei andare troppo lontano. Tra tutte le possibili risposte vorrei per prima cosa evidenziarne una che ha avuto un’influenza diretta sul nostro modo di lavorare: certamente ci affascinati la sicurezza con cui egli ha connesso in modo circolare le questioni di relazione e quelle di conoscenza; per Bateson questa connessione è evidente, il suo sforzo è quello di renderla evidente anche per gli altri. Per noi psicoterapeuti, la consapevolezza di questa connessione si è trasformata, nel tempo, in un formidabile strumento di lavoro e nel fondamento per importanti riflessioni sulla teoria della tecnica.

Ed è così, d’altronde, che Bateson è arrivato a noi, o meglio, siamo stati invitati a leggerlo: attraverso la lente del lavoro clinico e terapeutico di altri. Un lavoro rivoluzionario che ci ha catturati, coinvolti e non ha ancora esaurito il suo potenziale.
C’è poi da dire che, sia da un punto di vista conoscitivo che emotivo, la lettura di Bateson instaura in noi una tensione, una tensione che, appunto, non trova vera risoluzione. Questo aumenta il suo fascino, però è risaputo che anche sulle relazioni affascinanti – o forse principalmente su quelle – viene il momento di riflettere con calma.

2. Come un profeta

La tensione irrisolta, il pensiero policentrico, la religiosità senza fede e l’insistenza sulla narrazione ci suggerirebbero con forza la collocazione di Bateson nel novero dei pensatori post-moderni. Effettivamente egli ha avuto un non piccolo peso nell’orientare la psicoterapia verso il post-modernismo. Keeney, nel suo celeberrimo volume “L’estetica del cambiamento” cita Toulmin che definisce Bateson un “profeta del pensiero post-moderno”. E’ una definizione particolarmente felice; il profeta ha le radici, i fondamenti in una cultura, in un’epoca, in una mentalità ma il suo messaggio si proietta in un’altra. Da ciò discende che inevitabilmente la condizione profetica è di isolamento, addirittura scissione, dentro di sé prima che con il suo ambiente (“ero un piantatore di sicomori…” si lamenta il profeta nella Scrittura), e poi anche tra sé e i suoi discepoli, per non parlare dei discepoli tra di loro.

E così, se Bateson proietta molti suoi discepoli ed epigoni nel post-modernismo, nel costruttivismo radicale e nel costruzionismo sociale, vediamo che il suo personale pensiero ha alcune forti connotazioni di stampo ottocentesco. Ciò si rivela a mio avviso molto chiaramente nel suo attaccamento al tema della ricerca della verità e nella sua caparbia fiducia nelle possibilità della ragione. Certo, il pensiero razionale deve essere ampliato (per cui in certi contesti l’abduzione è un’operazione più che appropriata), deve essere corretto e bilanciato (attraverso il sogno, l’arte, la religione), fornisce la struttura per descrivere l’organizzazione della creatura (una gerarchia di livelli di funzionamento), però mai deve essere abbandonato. I figli dei fiori – almeno da un punto di vista concettuale – non rientravano nelle sue simpatie e credo che le attuali mode new age lo lascerebbero disgustato e malinconico.

3. Un amore non dichiarato

Negli scritti di Bateson emerge una sorta di hybris razionalista. Quando cerca la verità, questa non può che essere razionale. Prendiamo ad esempio i versi che aprono la raccolta di scritti “Dove gli angeli esitano”.

“Non il mondo com’è
né come dovrebbe essere…
Solo la precisione
lo scheletro della verit�
non cerco l’emozione
non insinuo implicazioni
non evoco i fantasmi
di vecchie credenze obliate.

Queste son cose da predicatori
da ipnotisti, terapeuti e missionari.
Essi verranno dopo di me
e useranno quel po’ che ho detto
per tendere altre trappole
a quanti non sanno sopportare
il solitario
scheletro
della verità” [2]

Così si esprime al termine della sua vita. In un altro scritto, raccolto dalla figlia nello stesso volume, Bateson cita ripetutamente Sant’Agostino e la ricerca di quelle che il Santo chiamava “Verità Eterne”. Bateson è affascinato dall’aspetto matematico di alcune di queste verità e fa un paio di commenti su cui mi vorrei soffermare. Uno riguarda la nozione stessa di “Verità”:

“Secondo me, le proposizioni che stavano a cuore ad Agostino e ai pitagorici (…) sono, in un certo senso, latenti nel Pleroma e aspettano solo di essere identificate da qualche scienziato” [3].

Quindi, così come c’è la verità, c’è anche il suo inseparabile compagno, l’errore; nel nostro caso l’errore epistemologico, che infatti ha gravi conseguenze nell’intero ecosistema. Un altro commento è sullo stile di Agostino, che egli definisce “secco e brutale”, perlomeno quando parla di aritmetica. Con onestà Bateson riconosce che non tutte le verità di Agostino hanno natura numerica, però questo piccolo inciso è anche un indizio. Bateson era tutt’altro che indifferente alla poesia, anche a quella delle Sacre Scritture. Eppure non si comprende con quale tipo di occhio selettivo (scotomizzante?) abbia letto Sant’Agostino.

Tornando ai versi di Bateson stesso, ovvero alla ricerca della precisione, e al “solitario scheletro della verità” troviamo qualcosa su cui noi terapeuti in qualche modo imparentati con Bateson dovremmo riflettere.

“Non il mondo com’è né come dovrebbe essere…” E’ difficile per me leggere queste parole e non ripensare con nostalgia a Gianfranco Cecchin, alla sua estrema semplicità in terapia; semplicità che sembrava stare in sospeso tra la inaccettabilità di un mondo com’era (troppo violento e crudele, pieno di sintomi e di sofferenza) e l’altrettanto forte inaccettabilità di un mondo “come avrebbe dovuto essere” secondo gli esperti, i moralisti o gli insegnanti. Come danzando tra queste due non accettazioni Cecchin “magicamente” svelava un mondo semplice che – sempre parafrasando Bateson – aspettava solo di essere identificato, ed era migliore, e si imponeva quasi con la forza della necessità.

L’oscillazione creativa tra due poli inaccettabili, quello dell’accettazione passiva e ingenua di un mondo così com’é da una parte e la pretesa ideologica di cambiare il mondo dall’altra… questa lezione che ha solide radici batesoniane per noi terapeuti è destinata a durare.

“Non cerco l’emozione”. Questa affermazione ci può dire qualcosa sul limite del pensiero di Bateson per noi terapeuti. Innanzitutto perché noi, anche se non cerchiamo l’effetto emotivo fine a se stesso, andiamo senz’altro alla ricerca delle emozioni, anzi le dobbiamo “stanare” se sono nascoste, decodificare se ci fuorviano. La sensazione – soggettiva fin che si vuole – è che Bateson non si limitasse a rifuggire dall’accanimento emozionale e a prendere sane distanze da una mentalità che, negli anni ’60-’70, sembrava vedere nella “liberazione” delle emozioni la panacea di ogni male personale e sociale. Bateson non pare a suo agio con il mondo delle emozioni, e difatti le sue incursioni nel mondo della pratica terapeutica sono state limitate; io penso che sia stato un meraviglioso e utilissimo critico della psicoterapia ma mai e poi mai sarebbe stato un buon terapeuta.
L’emozione, non il ragionamento, ferma il tempo; l’emozione fa “precipitare” il cambiamento, oppure è conclusiva e lo arresta. Se noi terapeuti ci impegniamo, e non poco, ad imparare a governare le nostre emozioni è perché ne riconosciamo la cruciale importanza in psicoterapia.

Ciò detto, però, dobbiamo riconoscere a Bateson un altro punto importante a suo favore. Egli dimostra l’onestà intellettuale di saper trascendere un concetto forse poco preciso, ma certamente molto utile, che lui stesso ha coniato: quello di “premesse logico-emotive”. Anche qui si dimostra distante, più profondo del consueto post-modernismo che attualmente ci circonda e ci soffoca, magari sotto forma di narrativismo fortemente sbilanciato verso il conversazionalismo. Dalla lettura complessiva di Bateson emerge come le “storie” che costruiamo e che danno forma al mondo siano sostenute da strutture che le sottendono, e dietro queste strutture vi sono delle regolarità, degli ordini.

Sempre nel testo già citato, Bateson sostiene che da un certo punto in poi, nell’antichità, ci si è resi conto che l’errore epistemologico può essere letale.

“Il sudore, le lacrime, il sangue dell’età che seguirono furono quindi versati su proposizioni del tutto astratte la cui Verità sembrava trovarsi, in un certo senso, fuori della mente umana (…) là fuori nel Pleroma c’è un’intera legione di regolarità, senza nome e pronte per essere raccolte.” [4].

È il “solitario scheletro della verità” dei suoi versi. Ma qui, appunto, riaffiora la hybris razionalista di Bateson. Perché mai la Verità dovrebbe essere solitaria e scheletrica come una lisca di pesce o un albero senza foglie né frutti? A suo merito va ascritto il riconoscimento di una dimensione metapsicologica, che richiede, per essere avvicinata, un’ascesi perlomeno concettuale. Eppure, qui Bateson si perde nell’immanentismo razionalista: smarrisce la via del cuore, “l’ ésprit de finesse” per dirla con Pascal, e diventa vago, esitante, inconcludente come un innamorato che, per coartazione emotiva, non si dichiara mai o meglio, non riconosce in se stesso il proprio innamoramento, lo intellettualizza, lo mistifica… come molti che noi incontriamo nella nostra attività psicoterapeutica!

Io immagino così le ragioni della strana lettura che Bateson fa di S. Agostino: ad un innamorato incapace di esprimere i propri sentimenti e di legittimare i propri desideri, nessuno da più fastidio di un altro che invece ci riesce… soprattutto con la stessa ragazza.
Naturalmente con questo non si vuole giustapporre la personalità dell’uno a quella dell’altro, quasi in una assurda competizione per stabilire che gestiva meglio le sue emozioni… Ma l’amore ha i suoi misteri, in uno segue una strada aperta, nell’altro si arena; intrisi di causalismo come siamo, fatichiamo ad accettare che l’amore non ha causa. Proviamo ad addentrarci in questo universo di amore apertamente espresso, e chissà che, come terapeuti, non troviamo qualcosa, magari una nuova metafora che dia più ampi orizzonti al nostro lavoro di cura.

4. Dichiarazione d’amore

L’amore di Sant’Agostino per la Verità è dichiarato, travolgente, appassionato. Così scrive nelle “Confessioni”, ripensando alle sue esperienze di studente.

“O Verità, Verità, come già allora e dalle intime fibre del mio cuore sospiravo verso di te, mentre quella gente mi stordiva spesso e in vario modo con il solo suono del tuo nome e la moltitudine dei suoi pesanti volumi. Nei vassoi che mi si offriva alla mia fame di te, invece di te si presentavano il sole e la luna, creature tue, e belle, ma pur sempre creature tue, non te stessa, anzi neppure le tue prime creature, poiché le precedono quelle spirituali, essendo queste corporee, sebbene luminose e celesti. Ma io neppure delle tue prime creature, bensì di te sola, Verità non soggetta a trasformazione né ad ombra di mutamento (Giac. 1, 17), avevo fame e sete. (…)

Ma tu, amore mio, su cui mi piego per essere forte, non sei né i corpi che vediamo, sia pure in cielo, né quelli che non vi vediamo, essendo tutti frutto della tua creazione, e neppure tra i sommi nel tuo ordinamento. (…) Ma tu non sei neppure l’anima, che é la vita dei corpi, e la vita dei corpi é indubbiamente più alta e reale dei corpi. Tu sei la vita delle anime, la vita delle vite, che vivi per tua sola virtù senza mai mutare, vita dell’anima mia.” [5]

“Ma tu, amore mio, su cui mi piego per essere forte…” questa appassionata dichiarazione d’amore è ricca di inviti per uno psicoterapeuta; anzi è una metafora del suo stesso essere ed agire terapeutico, che merita di essere gustata con calma.

» Ma tu
Dopo un lungo e faticoso percorso, che ci ricorda, per il suo andamento ascensionale, un’escursione in montagna, dopo esserci lasciati sempre più indietro e più in basso un mondo di caos e di apparenze, improvvisamente, ad una svolta del sentiero, la Verità si manifesta con potente immediatezza. Chi ha camminato in montagna conosce questo sùbito smarrimento, il silenzio che si impone e ci arresta almeno per un momento quando la vetta – o la vallata – improvvisamente appare. Quando si riparte, tutto è cambiato: non più noi ci affatichiamo verso la meta di nostra iniziativa, ma è la meta che ci attrae, irresistibilmente e a dispetto anche della più pesante stanchezza.

Così in terapia, un lungo e sovente faticoso percorso dialogico crea una condizione di affratellamento, che permette al nostro cliente e a noi terapeuti di tollerare un’attesa a volte snervante, consumata nel togliere, più che nell’aggiungere. “L’arte sta nel togliere” è stato giustamente detto, principalmente nel togliere sostanza a ciò che sostanza non è, a togliere causa a ciò che causa non è, a togliere identità a ciò che identità non è, a togliere negazione, colpa, necessità, irrimediabilità.

A questo punto, ciò che ci appare, è qualcosa di vivo e personale, un tu, appunto, che però non dobbiamo essere troppo precipitosi di voler identificare nella persona che vediamo seduta davanti a noi, anche se quella persona è certamente “parte di” questo “tu”.

» Amore mio
Nel momento del cambiamento il terapeuta e il cliente fanno esperienza di qualcosa che, perlomeno in minima misura, se si è stabilita una qualche alleanza terapeutica, sapevano intellettualmente oppure intuivano in modo vago: essi non sono separati. Sulla natura di questa loro comune appartenenza è opportuno fare qualche precisazione, perché anche in questo caso “l’arte sta nel togliere”. Momenti in cui una profonda identificazione tra cliente e terapeuta acquisisce i caratteri della fusionalità sono infatti possibili: sta al terapeuta, quando li avverte, governarli. Innanzitutto domandandosi da quale tipo di richiesta del cliente possono essere innescati e, sull’altro versante, da quale propria peculiarità di carattere del terapeuta o circostanze possono essere favoriti. Sono passaggi a volte indispensabili, spesso preziosi, ma pericolosi per entrambi. Caratterizzati dall’indifferenziazione, potremmo definirli come aspetti primitivi della relazione che caratterizza la psicoterapia, destinati ad essere trascesi così come si guada un torrente impetuoso… operazione che richiede sempre una certa cautela.

Peraltro il percorso terapeutico, e in modo particolarmente intenso il momento del cambiamento, è esperienza dell’alterità. Chi è questo cliente seduto qui, ora, di fronte a me? Quali sono le sue appartenenze e le sue peculiarità che sfuggono a tutti i miei pregiudizi e a tutte le mie mappe? Ed io cliente chi sono, dal momento che, mentre la matassa della psicoterapia si dipana, mi scopro più autentico in immagini di me che non avevo mai preso in seria considerazione, e non mi riconosco più in immagini, maschere e costumi a cui – nel bene e nel male – ero molto abituato?

Poiché l’amore è tensione sotto molti aspetti, innanzitutto tra l’appartenenza che ci accomuna e l’alterità che ci distingue; tensione tra il nostro esserci reciprocamente inventati e il nostro soprenderci nello scoprirci differenti, continuo e diverso alternarsi di tensione e risoluzione tra desiderio, appagamento, delusione, rinuncia, meraviglia; poiché, mentre il difetto d’amore porta all’aridità e all’irrigidimento, e viceversa l’eccesso si risolve in paludosa stagnazione oppure violenza, il giusto amore genera novità, cambiamento e sviluppo… è legittimo denominare “amore” la relazione terapeutica.

Però l’universalità di questa esperienza è realizzabile solo nel limite, nell’unicità storica e circostanziale di quei due – o più – irriducibili “altri” che trascendendo gli irripetibili momenti e luoghi del loro incontro si scoprono insieme, quindi è ancora più appropriato definire questo amore, non certo per volontà di potenza o per possesso, come amore mio.
» su cui mi curvo
L’arte clinica prende il suo nome proprio dal curvarsi del medico sul paziente disteso. Con il tempo abbiamo imparato a diffidare degli eccessi a cui queste semplici azioni possono condurci. Abbiamo imparato a contestualizzare il modello medico e ciò, per quelli che tra noi sono medici, ha aperto molte nuove possibilità di curare meglio i loro pazienti, così come, per gli psicoterapeuti in generale, sono emersi tutti i rischi e gli effetti nefasti della medicalizzazione e della tecnologizzazione della psicoterapia. Naturalmente, il fatto che siano emersi non significa che tutti abbiano lo stesso atteggiamento o semplicemente se ne accorgano…

Anche l’atto simbolico del curvarsi sul cliente ha i suoi effetti collaterali in psicoterapia, che possono diventare addirittura iatrogeni: come è benevolo il terapeuta che si curva sul paziente… e come è debole, e inadeguato, e passivo il paziente su cui un terapeuta curva benevolmente il suo sguardo…

Nella fattualità del processo psicoterapeutico vi sono circostanze e momenti in cui il cliente è debole e il terapeuta forte e benevolo, ma anche essi vanno trascesi. Li si attraversa per andare oltre, non si cede alla forza di un contesto che vorrebbe ipostatizzare e idealizzare questi momenti, anche a beneficio del mercato della cura.
Però qui notiamo che l’Autore non ci invita a curvarci su una persona sic et simpliciter; il suo invito riguarda una persona che è parte di un’esperienza, relazione, affetto, radice.
Il curvarsi diventa polisemico, perché evoca certo la cura e l’accudimento del più piccolo e bisognoso, ma anche l’inchinarsi di fronte a chi è più grande, e l’abbeverarsi alla fonte.
Per Sant’Agostino, autore cristiano, è chiaro che in questo gesto si trova il cuore stesso della sua religiosità: l’incommensurabilmente grande coincide con il più reietto e con il più piccolo, la verità si conosce non sui libri, ma nel servizio.
E per lo psicoterapeuta, che può essere cristiano, buddista, musulmano, agnostico, ateo, libero pensatore, figlio dei fiori, adepto new age, esiste un significato utilizzabile in questa metafora, al di là del credo professato?
Conviene cercare la risposta rileggendo i nostri protocolli, riguardando i nastri delle terapie, cercando il confronto con i colleghi. E’ lì che noi scopriamo il nostro continuo curvarci su piccoli elementi del quotidiano, su banali storie personali sempre uguali, su affetti, persone, che sono o si sentono reiette, fraintese. In via metaforica, frughiamo continuamente nei cassetti altrui, nelle loro cucine, camere da letto, addirittura nei loro gabinetti… ci capita anche di occuparci di sangue e violenza, ma più spesso di piccoli egoismi, persistenti malumori e pensieri volgari ed ignobili.
Però noi non vediamo tutte queste cose come “cose”, appunto, cioè elementi separati che si assommano fino a formare degli ambienti (un po’ squallidi) di vita. Appena ci appaiono come elementi separati, o peggio ancora isolati, ci sforziamo di cercare connessioni, costruire trame, trovare senso, finché la prospettiva si rovescia, ed essi si manifestano come gli aspetti di un sistema più grande e significativo in cui il nostro cliente si sente sofferente e smarrito, perché lui il senso non lo trova più. Impegnandoci con lui in una ricerca di senso, man mano ci troviamo immersi in quell’atmosfera di intimità in cui il quotidiano e ciò che personalmente è sacro coincidono, perché ogni piccola cosa o gesto parla di un’appartenenza più grande e talora radicale che dà senso alla vita.
È il terreno dove si innesca il cambiamento.

» per essere forte
La forza che il terapeuta trae dal curvarsi su (e davanti a) questa relazione viva, amorosa, personale, finalizzata a far emergere l’originalità e alterità del cliente, non è dunque quella del “guaritore ferito” (anche questa dimensione, in qualche misura inevitabile, deve essere trascesa, attraversata per andare oltre), bensì la forza che deriva dall’appartenere ad un sistema più grande. Ma attenzione: non è la stessa appartenenza (o meglio, alienazione) del lavoratore di una fabbrica o del manager di una multinazionale, appartenenza costruita sempre (e sottolineo sempre, checché se ne dica) a prezzo di un più o meno radicale sacrificio della propria originalità personale. È un’appartenenza che genera originalità e quindi richiede amore. È per questo che la psicoterapia è un’impresa tanto difficile.
Infatti questo processo, quanto più avanza tanto più richiede libertà interiore, coraggio, capacità di gioire e di soffrire, disinteresse personale.
Quanto più il terapeuta accetta di viverlo, tanto più coinvolgerà il suo cliente nella stessa avventura, e questa é la sua forza.
Può essere addirittura inutile e dannoso avere tanti allievi di psicoterapia, se mentre studiano tanta teoria stanno troppo a lungo lontani dalla verità della relazione psicoterapeutica. Si rischia di avere molti, troppi psicoterapeuti deboli come barchette in un mare infuriato… ed è solo la grande capacità di lottare e l’amore per la vita di tanti clienti che limita i danni.

5. Un piccolo salto indietro

Non possiamo avviarci al commiato da questa bella pagina di S. Agostino senza soffermarci almeno un momento sul passaggio che probabilmente risulta più ostico per il post-moderno lettore di matrice sistemico-cibernetica. Facciamo un piccolo salto indietro, qualche parola prima del “Ma tu…” su cui abbiamo ragionato:

“…di te sola, Verità non soggetta a trasformazione né ad ombra di mutamento (Giac. 1, 17), avevo fame e sete”.

Non solo e non tanto il richiamo alla Verità può lasciare perplessi – su questo ci siamo già soffermati – quanto piuttosto le qualità che ad essa vengono attribuite: non soggetta a trasformazione né ad ombra di mutamento.

L’ambiente sociale e psicologico in cui agisce, descrive e pensa il terapeuta sistemico é in continuo cambiamento e trasformazione; la terapia sistemica é per vocazione molto più vicina alle categorie dell’esistenza che a quelle dell’essere o dell’essenza… cosa può aggiungere o suggerire questa “confessione” di stampo neo-platonico al pensiero o alla creatività di uno psicoterapeuta?

Non vogliamo certo forzare il linguaggio o il pensiero di S. Agostino che, oltre ad essere padrone delle sue idee, si esprimeva con le categorie filosofiche proprie della sua epoca, però é bene ricordare che l’Autore sta cercando le parole adatte a comunicare in un ambito più esperienziale che dottrinale, e che quindi il suo modo di esprimersi é fortemente sbilanciato sul versante poetico.
Per prima cosa notiamo che, dopo la lunga ascesa interiore di cui abbiamo già parlato sopra, finalmente l’Autore trova riposo e ristoro. La mente desiderante e agitata si acqueta, la fame e la sete si placano, l’anima affaticata si riposa. E’ da questo riposo, da questa sospensione del tempo, del pensiero e di ogni attività, da questo sentimento di incondizionata libertà scaturisce l’appassionata dichiarazione d’amore che segue.
Il vocabolario, le metafore utilizzate richiamano quelle dei più antichi inni allo Spirito Santo, come il Veni Creator: Non è difficile ravvisare nell’architettura complessiva di questo breve brano agostiniano la pulsazione, il respiro dell’atto creativo.

Vediamo dunque come anche noi post-moderni lettori, se eleviamo un po’ il nostro sguardo dalle singole parole o frasi fino al legame e alla forma che le connette, ci troviamo riproiettati in un ambito che amiamo appassionatamente, quello della psicoterapia come libera attività creativa.
Questa creatività, per essere libera e feconda, presuppone una condizione di riposo mentale. Il terapeuta é in seduta presente, si emoziona, si affeziona… ma una parte di lui (questo modo di esprimermi é molto approssimativo, lo so) é sempre come assente, distante, silente, equanime “non soggetta a trasformazione né ad ombra di mutamento”.
Il cliente lo percepisce e proprio per questo, per questa capacità di amare, appassionarsi senza ossessività o attaccamento, coltiva un caldo e libero affetto per il suo terapeuta. Un affetto che non è restringibile nelle categorie del transfert. Ma Pablo Neruda lo dice meglio… nelle sue poesie d’amore.

“Mi piaci quando taci perché sei come assente,
e mi ascolti da lungi e la mia voce non ti tocca.” [6]

6. Conclusioni

Mi dispiace per Bateson, ma non posso proprio assimilare la verità ad uno scheletro morto. Preferisco pensare alla verità come persona viva e come percorso. Ma se attribuire uno statuto ontologico di verità ad una simile affermazione potrebbe sembrare fuori luogo a qualcuno, una sorta di argomento fideistico inappropriato in una discussione tra terapeuti, e vogliamo considerarla semplicemente una metafora, l’appello che mi sento di fare in conclusione del discorso è quello di lasciarci guidare dagli inviti che la metafora racchiude in se stessa.

A proposito di metafore, recentemente Marcelo Pakman ce ne ha presentata una suggestiva, quella dei “soulid” objects, oggetti solidi perché hanno anima. A me piacerebbe ampliarla, benché con un risultato linguisticamente meno felice, pensando ai soulful systems, sistemi ricchi di anima, quindi di un loro pensiero, di un loro fascino, unicità, irripetibilità, storia e, qualche volta, addirittura intenzionalità.
Tutto ciò potrà apparire eretico a diverse categorie di ortodossi; pazienza. I roghi mi spaventano, e spero quindi di evitarli, ma mi spaventa ancora di più l’eventualità di rimanere miope e duro d’orecchio rispetto al richiamo della verità. Se ciò capitasse, sarebbe inevitabile la caduta nel fraintendimento ideologico del costruttivismo radicale, e la dissipazione di ricchezze che maestri di pensiero come Heinz Von Foerster o di pratica terapeutica come Gianfranco Cecchin hanno lasciato a disposizione di tutti. “Inventare” la realtà, come essi c’invitavano a fare, non significa negarla, bensì gettare un ponte che ci permetta di raggiungere per un momento l’irraggiungibile, di rispettare l’altro, che gioca con noi e che é noi, e che quindi, a qualsiasi gioco stia giocando, gioca anche a nascondino. Un invito dunque ad assaporare una verità in cui il nostro pensarci come terapeuti e clienti è semplicemente parte e veicolo di un pensiero molto più grande.

Conviene allora, in psicoterapia, lasciarsi guidare dalla verità come se fosse persona viva con cui fare un tratto di strada. Sentirsi parte di un pensiero, di una intenzionalità più grande, ci aiuta a comportarci con umiltà senza umiliazione, con autorevolezza senza potere, con curiosità senza indiscrezione, guardinghi ma non persecutori, amorosi ma continenti, divertiti, non irridenti, dubbiosi senza essere smarriti, compassionevoli ma non deresponsabilizzanti, affettuosamente grati senza idolatria.

Note

[1] Questo articolo sviluppa, ampliandole, alcune idee presentate dall’autore nell’occasione del Congresso internazionale: “La natura sistemica dell’uomo” Il pensiero di Gregory Bateson a cento anni dalla nascita, Torino 22-23 ottobre 2004.

[2] Bateson G., Bateson M.C.: Dove gli angeli esitano, Adelphi, Milano 1989, pag. 18

[3] Bateson G., Bateson M.C.: Dove gli angeli esitano, Adelphi, Milano 1989, pag. 45

[4] Bateson G., Bateson M.C.: Dove gli angeli esitano, Adelphi, Milano 1989, pag. 45

[5] S. Agostino: Confessioni, III, 6 passim. Città Nuova Editrice, Roma 1971 pag. 77-78.

[6] Neruda, P.: Poesie d’amore (a cura di G. Bellini). Newton Compton Editori, Roma 1975, pag. 81.

Bibliografia

Bateson G., Bateson M.C.: Dove gli angeli esitano, Adelphi, Milano 1989

Neruda, P.: Poesie d’amore (a cura di G. Bellini). Newton Compton Editori, Roma 1975

S. Agostino: Le confessioni (a cura di C. Carena). Città Nuova Editrice, Roma 1971.

Schinco M.: O divina bellezza… o meraviglia. Carabà, Milano, 2002.

Schinco M.: Caduti, esitanti, custodi: comunque angeli, postfazione a Capello C. (a cura di), “I non-colloqui di Alice”, ISU Università Cattolica di Milano, Milano 2003.

Schinco M.: Aria sulla IV Corda. La psicoterapia in tensione tra cielo e terra, in Capello C. (a cura di), “Canti d’amore”, a cura di. Rosenberg & Sellier, Torino 2005.

Schinco M.: Presentazione a: Puviani V., Le storie belle si raccontano da sole – l’arte tra educazione e cura. Edizioni Junior,Bergamo 2006.

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