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Il linguaggio come strumento del cambiamento nella psicoterapia interattivo-cognitiva

luglio 20, 2005

di Marco Inghilleri

Marco Inghilleri: cultore della materia per la cattedra di Psicologia Clinica, presso l’Università degli Studi di Padova, facoltà di Psicologia, Ricercatore Associato presso l’Istituto di Psicologia e Psicoterapia di Padova, incarico di docente di Storia ed Epistemologia della Psicologia e della Psicoterapia, presso il CESIPc, Centro studi in Psicoterapia Cognitiva di Firenze [clicca] e per il Corso quadriennale di specializzazione in Psicoterapia Cognitiva, presso l’Istituto Berna di Mestre [clicca].

1§. Le radici teoriche: riflessioni preliminari

L’approccio interattivo-cognitivo non è solo una particolare teoria e prassi in campo psicoterapeutico, ma può essere considerato una vera e propria scuola di pensiero sulle modalità con cui gli esseri umani si rapportano alla “realtà” e su come ognuno di noi si relaziona con se stesso, con gli altri e con il mondo.
Secondo questa impostazione, il come ed il perché conosciamo stabilisce infatti il cosa conosciamo e “[…] Se è vero che è la nostra teoria del mondo a generare la costanza delle percezioni e la fiducia in una realtà data, le proprietà del reale si fondano su un sistema di accordi intersoggettivi” (Salvini, 1998).
In questa prospettiva, la psicologia non trascura più il fatto di essere una scienza dell’interazione, accettando l’assunzione di base che afferma che la realtà che percepiamo e con la quale ci rapportiamo, problemi e patologie compresi, sia il frutto dell’interazione tra il punto di osservazione assunto, gli strumenti utilizzati, e il linguaggio che usiamo per comunicare con tale realtà e per descriverla o raccontarla. Pertanto, non esiste una realtà “vera” in sé e per sé: ognuno costruisce la realtà che poi subisce, e ciò che chiamiamo mentale scaturisce ed è il risultato di processi interattivo-simbolici, di connessioni intrasistemiche o di rappresentazioni collettive (ibid., pp. 27-28).
L’humus culturale e teorico, nel quale questo indirizzo psicoterapeutico affonda le proprie radici, è molteplice. Diverse sono invero le fonti che costituiscono i punti di riferimento a cui esso si richiama: il pragmatismo americano, l’interazionismo simbolico, il costruzionismo sociale, il costruttivismo cognitivista, con gli apporti della cibernetica di second’ordine e della logica della complessità con le teorie dei sistemi.
L’orientamento interazionista in psicoterapia, in sostanza, integra un riferimento costruttivista di tipo socio-cognitivo (interazionismo simbolico) con le metodiche proprie delle terapie strategiche e cognitive, configurando i comportamenti e i relativi stati mentali problematici come tentativi disfunzionali di adattamento dell’organizzazione personale (persistente o transitoria), ai diversi sistemi interattivi di cui è parte, siano essi intrapersonali o interpersonali, psicobiologici o socio-psicologici (cfr. Salvini, 2002).
L’interazionismo simbolico, seppur nell’arco del suo sviluppo si sia prodotto in numerose modificazioni, fornisce a questo indirizzo psicoterapeutico un importante pilastro speculativo di riferimento.
Un denominatore comune condiviso, in termini molto generali, dagli studiosi che all’interazionismo simbolico fanno riferimento, è che gli esseri umani agiscono e pensano in base ai significati che le cose hanno per loro.
Questi significati si costruiscono attraverso un processo di interazione sociale e simbolica e sono comprensibili nei contesti personali o interpersonali che li strutturano. I significati sono poi modificati attraverso un processo interpretativo che coinvolge individui consapevoli che interagiscono simbolicamente tra loro. Di conseguenza, l’interazione simbolica comporta l’interpretazione o l’accertamento del significato delle azioni o delle osservazioni dell’altra persona, e la definizione o la trasmissione delle indicazioni all’altra persona su come deve agire (cfr. Ciacci, 1983).
L’idea che soggiace è la centralità, ai fini della comprensione dello sviluppo del comportamento, dell’esperienza soggettiva e dell’importanza del suo studio approfondito nel momento stesso in cui essa si sviluppa nei contesti reali di vita delle persone. In buona sostanza, cioè, l’esperienza soggettiva si sviluppa nella coscienza e consiste in cognizioni, emozioni, sentimenti, vale a dire informazione, proveniente dal mondo esterno e dal mondo interno, in grado di produrre cambiamenti discriminabili nello stato di consapevolezza (cfr. Inghilleri P., 1995, pp. 66-67).
Il pensiero di G. Mead, da cui si sono poi generate le diverse esposizioni dell’interazionismo simbolico, fonda un’importante base per le discipline psicologiche. La sua concezione dello sviluppo psichico e della costruzione del sé travalica infatti il solo ambito della psicologia sociale, assumendo i connotati di una teoria generale dello sviluppo individuale e sociale (ibid., p. 23).
Il tentativo fondamentale di Mead è stato quello di mostrare come il mentale e il sé emergano dall’interazione sociale e a loro volta rendano possibile l’organizzazione della società attraverso il linguaggio stesso. La mente viene intesa come un’entità costituita da simboli significativi ed essa deriva dall’interiorizzazione, nell’individuo, del processo sociale di comunicazione. Ossia, il punto di partenza non è la mente individuale, bensì lo stesso processo sociale. Quest’ultimo, attraverso il linguaggio e i gesti vocali, viene trasportato all’interno dell’individuo, il quale, in questo modo, assume in se l’atto sociale. Il pensiero, quindi, procede mediante l’assunzione da parte del soggetto dei ruoli altrui e del controllo del proprio comportamento sulla base di queste assunzioni di ruoli.
E’ attraverso l’uso del linguaggio e dell’uso dei suoi simboli che noi possiamo assumere il ruolo degli altri e di conseguenza possiamo osservarci da quella prospettiva esterna e diventare perciò oggetto a noi stessi. È appunto tale capacità dell’organismo dotato di mente di diventare oggetto a se stesso, ciò che per Mead rende possibile la nascita del sé, entità distinta dall’organismo biologico e atta a essere consapevole di se stessa. Quindi attraverso un processo sociale l’individuo biologico raggiunge una mente ed un sé, in virtù proprio dell’interiorizzazione del processo sociale di comunicazione, acquisendo così il meccanismo del pensiero riflessivo (inteso come capacità di dirigere la propria azione sulla base delle conseguenze previste) (ibid., pp. 25-28).
Anche se ancor oggi psicologia e psicoterapia appaiono molto influenzate da paradigmi o da programmi di ricerca che accettano la realtà come unica ed universale, uguale per tutti e per ciascuno, e indipendente dall’osservazione compiuta dall’osservatore, è possibile individuare la proposta di una nuova prospettiva da cui condurre le proprie operazioni esplorative, senza perseguire più il paradossale tentativo di oggettivare quella che per definizione è proprio la scienza del soggetto, dell’esperienza cosciente interiore, nelle sue diverse forme e contenuti: significati, intenzioni, ‘sensazioni personali’ e simili.
Secondo il modo “tradizionale” di pensare, le capacità cognitive di un organismo sono essenzialmente passive, dal momento che rispondono ad un ordine esterno nel quale il significato delle cose è stato preventivamente e obiettivamente definito. Nell’ottica tradizionale, la mente umana ha l’evoluzione di un recettore passivo di un ordine esterno, che la determinerà in quasi tutta la sua totalità.
La prassi operativa in psicoterapia, derivante da questa impostazione teorica, determina una non corresponsabilità del proprio comportamento, che non lascia spazio ad una riflessione contrattata ed agita della propria storia.
La rigida, rassicurante semplicità della posizione tradizionale è senza dubbio entrata in grave crisi negli ultimi vent’anni, producendo importanti riflessioni sull’approccio “tradizionale” e fornendo al contempo diversi cambiamenti sia nelle scienze psicologiche, sia nell’ambito delle psicoterapie.
A contribuire a questa “riconsiderazione paradigmatica” sono state soprattutto le acquisizioni scientifiche relative ai diversi ambiti del sapere come la teoria dei sistemi e la cibernetica, le neuroscienze, la biologia della conoscenza e le teorie della complessità.
Mentre nelle concezioni tradizionali dell’epistemologia e della psicologia conoscenza e realtà sono legate da un rapporto figurativo di corrispondenza o di rappresentazione, il Vas Hermeticum del costruttivismo intende la conoscenza come adattamento in senso funzionale. Nelle “teorie tradizionali” della conoscenza, l’attività conoscente è assunta come fatto scontato, come un’attività che non richiede giustificazione e che opera da costituente iniziale. Il soggetto conoscente viene inteso come un’entità “pura”, nel senso che fondamentalmente non viene vincolato da condizioni biologiche o psicologiche.
L’epistemologia del cotruttivismo, mette in seria discussione questo schema e la distinzione esterno/interno scompare. Il mondo ontologico, la realtà oggettiva, non può essere conosciuta come tale, ma soltanto costruita soggettivamente, implicando un’immagine di essere umano che attivamente crea il proprio sapere e la propria rappresentazione del mondo. Di conseguenza, i significati attribuiti soggettivamente alle “cose” del mondo in psicoterapia divengono un prodotto di una ridefinizione congiunta dal terapeuta e dal paziente, in funzione delle attribuzioni più pertinenti e più appropriate alla “co-costruzione” di un sé più adeguato alle aspettative del paziente.
Da tutto questo, risulta evidente come la mente non sia qualcosa che esiste di per se, una specie di contenitore delle rappresentazioni, dei pensieri o della coscienza. Come tutti gli altri concetti essa è stata creata dalle “pratiche conversazionali” degli studiosi e delle persone coinvolte nel “discorso sociale”, attraverso un linguaggio. Appunto per questo, non ha senso indagare la natura di qualche cosa che è il risultato di scambi linguistici, ma, in questi termini, lo studio del linguaggio e dell’interazione sociale diventano proprio il tema centrale della psicologia, assumendo così un ruolo preponderante anche nell’ambito della psicoterapia.
Il linguaggio non è lo strumento per designare la realtà, bensì esso è l’agente stesso della costruzione di realtà (cfr. Armezzani, 2002, pp. 170-184). Non si intende sostenere una qualche forma di solipsismo o di nominalismo biblico, quanto piuttosto si propone di meglio comprendere il senso del rapporto fra mondo e la sua descrizione nel linguaggio.
C’è il mondo. Noi tentiamo di descriverlo in qualche linguaggio, scientifico o di altro genere. Si pone però un problema circa il fatto se ciò che diciamo del mondo corrisponda o no al mondo quale è in realtà. Ci piacerebbe conoscere la vera natura di tale rapporto di corrispondenza. Tuttavia, possiamo solo indicare il rapporto in modo incerto, poiché per cercare di esprimerlo dobbiamo usare il linguaggio stesso (in una forma o in un’altra).
Wittgenstein tentò di comprendere e di spiegare la natura di questo rapporto di corrispondenza con la teoria raffigurativa del linguaggio. Ma poté solo tentare di mostrare il rapporto con l’ausilio dell’analogia della raffigurazione, non formularlo esplicitamente in parole o altri segni simbolici… Il senso del rapporto fra mondo e la sua descrizione non poteva essere espresso nel linguaggio e perciò: “Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere”.
Questa parrebbe essere ancora la conclusione del tutto irrisolta perché irrisolvibile, se non si attua il passaggio da una concezione della realtà come sostanzialmente unitaria e integrata, organizzata secondo un ordine univoco e atemporale, data una volta per tutte e per questo esprimibile in leggi anonime, impersonali e supreme, a un’idea di realtà in continuo costituitisi, in continuo farsi, in continuo movimento di riorganizzazione.
La realtà non appare più come qualcosa di dato, indipendente dal soggetto umano che la percepisce. Al contrario, ciò che l’epistemologia contemporanea e la stessa ricerca scientifica propongono è profondamente diverso: si assiste alla proliferazione del reale in oggetti, livelli, sfere di realtà differenti e si è consapevoli che questa proliferazione è sempre tradotta nel linguaggio di un osservatore.
In tal modo, nel concepimento della realtà, viene messo ben in evidenza il ruolo dell’osservatore/concettore della realtà stessa e si pone in primo piano il problema della conoscenza e delle sue modalità di organizzazione.
L’adeguatezza dei nostri modi i pensare e dei nostri linguaggi, non riflette una struttura della realtà colta sub specie aeternitatis, da un punto di vista assoluto. Al contrario, è un’adeguatezza qui ed ora, condizionata e costruita dai particolari fini e modelli dell’osservatore, come pure dai particolari tagli metodologici che esso adopera per accostarsi alla realtà.
Per il suo “potere” costruttivo, quindi, il linguaggio ha un ruolo centrale in tutti i fenomeni psicologici e conoscitivi e non può essere relegato in qualche settore della disciplina.

2§. Linguaggio e realtà

Lo psicologo, lo psicoterapeuta, o, più semplicemente, lo studioso che fa riferimento alle posizioni “tradizionali”, al naturalismo, al realismo monista, o che si richiama a paradigmi meccanomorfi, non si accorge di aderire ad una metafisica scientista, con la conseguenza di abbracciare, più o meno consapevolmente, una qualche sorta di giustificazionismo [1].
Il paradigma naturalistico, coerentemente alla sua visione della realtà come datità esterna, infatti, adopera metodologie misurazionistiche che costringono i fenomeni psicologici a diventare “cose” osservabili, e le persone “organismi” assoggettati a leggi di funzionamento. L’ordine dei significati, secondo quest’ottica, è preventivamente stabilito dalle teorie e il traguardo dell’oggettività costringe a rifiutare come inquinante qualsiasi visione soggettiva (cfr. Armezzani, cit., pp. 32-114).
La psicoterapia interattivo-cognitiva, collocandosi nel quadro teorico delle posizioni presenti nella psicologia costruttivista, propone una visione radicalmente diversa. La realtà perde la sua compattezza e diventa il risultato dei processi di significazione operati dalle persone nell’incontro intersoggettivo, il luogo ideale di convergenza dei diversi punti di osservazione. L’obiettivo della ricerca psicologica e clinica, di conseguenza, non è più la registrazione fedele e spassionata dei fenomeni, ma l’interpretazione dei significati personali e sociali.
In definitiva, viene riaffermato lo studio della “psicologia ingenua”, ritenendolo importante per la comprensione “scientifica” dei rapporti interpersonali, essenzialmente sotto due aspetti. In primo luogo, poiché la psicologia ingenua guida il nostro comportamento verso le altre persone, essa è una parte sostanziale dei fenomeni ai quali la clinica e la psicologia sono interessate. In secondo luogo, lo studio della psicologia ingenua può essere importante per le “verità” che porta alla luce, nonostante molti psicologi abbiano diffidato e persino disprezzato tale interpretazione intuitiva del comportamento umano.
Quello che qui si sostiene, in breve, è che la psicologia “accademica” ha molto da imparare dalla psicologia del senso comune, contrariamente a quanto argomentato da impostazioni oggi alla moda quali il materialismo eliminativista o quello riduzionista [2]. Nel tentativo di voler riassegnare alla soggettività e al vissuto i suoi diritti senza essere obbligati a rinunciare alla “rigorosità” della conoscenza, si oppone in definitiva una psicologia del significato a quella tradizione della psicologia e della clinica che del significato aveva decretato l’esclusione.
In luogo della neutralità asettica del ricercatore o del clinico e del setting, così come delle situazioni standardizzate, assume un ruolo centrale il linguaggio. Non solo il linguaggio espressivo e spontaneo e i contesti di vita in cui si svolgono le indagini, bensì proprio la trattazione del problema del rapporto fra idee espresse con e nel linguaggio e gli stati di cose reali nel mondo. E questo sia nell’ambito delle riflessioni meta-teoriche, ovvero relativamente al pensiero logico-scientifico o paradigmatico, sia nel rapporto terapeuta e paziente, cioè riguardo a ciò che concerne il pensiero narrativo o sintagmatico [3].
Ovviamente, dal momento che per parlare del mondo noi usiamo il nostro linguaggio, particolari caratteri o limitazioni del nostro linguaggio fisseranno delle limitazioni ai modi in cui possiamo pensare e dire. Molto più semplicemente, per fare un esempio, se una lingua ha solo tre numeri, come uno, due, molti, una persona che usi tale lingua dovrà pensare che un tavolo abbia “molte” gambe. Similmente il linguaggio teorico, con l’aiuto del quale si cerca di descrivere il mondo e di dargli senso, o la narrazione con cui un paziente cerca di raccontaci qualcosa circa i propri vissuti, plasmeranno necessariamente il modo in cui si pensa e si agisce sul mondo.
Detto questo, risulta maggiormente comprensibile il perché si ritenga ancora problematico quanto Wittgenstein scrisse nel Tractatus: “I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo” e “Ciò, che non possiamo pensare, non possiamo pensare; né dunque possiamo dire ciò che non possiamo pensare”. Soprattutto poi se si considera che il mondo, quale è noto a noi, è una realtà costruita socialmente che ci appare tale attraverso i nostri “negoziati” con le altre persone. Infatti, noi formuliamo gradualmente un’intera cosmologia, contro lo sfondo della quale i nostri negoziati sociali hanno luogo e in accordo con la quale essi sono legittimati. Tutto ciò che conosciamo è necessariamente il prodotto di una mediazione sociale e non abbiamo alcuna possibilità di trascendere le nostre circostanze sociali e di conoscere il mondo come è in sé. In questa concezione non ci sono “categorie fisse dell’intelletto”. Ci sono dei “quadri” o frames per mezzo dei quali, o secondo i quali, noi vediamo il mondo e cerchiamo di farci strada in esso. Ma tali “quadri” sono socialmente determinati e possono variare da un sistema o sottosistema al successivo, o da un’epoca all’epoca seguente (cfr. Berger e Luckmann, 1966).
Wittgenstein stesso giunse alla conclusione che non poteva esistere una struttura logica sottostante al mondo, a cui la nostra mente deve aderire o viceversa. Cioè, le proposizioni della logica ci appaiono valide semplicemente a causa dei processi della nostra “educazione” e della nostra istruzione. Le proposizioni della logica riflettono le regole del linguaggio, le quali ci sono note attraverso il nostro uso del linguaggio nella vita quotidiana e attraverso l’esperienza linguistica. Nelle Ricerche filosofiche, egli espresse l’opinione che, in sostanza, il significato, e quindi la conoscenza, risiedono in pratiche sociali particolarmente in relazione al linguaggio.
Del resto, la trasformazione stessa di un organismo in un individuo dotato di mente e di un sé si realizza primariamente attraverso l’opera del linguaggio, che a sua volta presuppone l’esistenza di un’organizzazione sociale e certe capacità neurofisiologiche nei singoli organismi.
L’atto sociale, quale si realizza nell’uomo, è preceduto nel corso della filogenesi dalla conversazione di gesti, cioè quel particolare tipo di comunicazione che vediamo ad esempio in una zuffa fra cani, dove ciascun contendente determina il proprio comportamento a partire da ciò che l’altro accenna a fare. Un atto sociale di questo tipo costituisce un atto comunicativo, in quanto i gesti dei contendenti indicano, rappresentano e provocano un’azione appropriata alle fasi successive. Inoltre, i medesimi gesti permettono di anticipare in ciascuno dei contendenti quello che l’altro “sta per fare”. I gesti, quindi, hanno un certo significato: essi cioè significano la fase successiva dell’atto.
Tali significati non sono primariamente soggettivi né privati, né mentali ma esistono nel contesto sociale prima del singolo individuo. Tuttavia, i significati presenti nel contesto sociale non sono ancora presenti nella mente dell’individuo. Egli non può limitarsi a sapere che cosa fanno coloro che rispondono alle sue azioni, ma deve sapere cosa fa egli stesso. I suoi gesti devono diventare simboli significativi ai suoi stessi occhi. Ciò equivale a dire che l’individuo deve diventare in grado di evocare a se stesso quelle risposte che il suo gesto evoca negli altri e di utilizzare, conseguentemente, questa risposta per controllare la propria condotta ulteriore: a questo punto, tali risposte sono diventate gesti simbolici e tramite il loro impiego, l’individuo assume la risposta altrui nella regolazione della propria condotta. Questa complessa attività di costruire atti sociali tramite gesti che divengono significativi attraverso il loro impiego nel corso di interazioni concrete, è chiamata da G. Mead “Mente”.
La mente è, dunque, costituita da simboli significativi che operano nel corso delle azioni. I gesti ed in particolare il gesto vocale, sorgente effettiva del linguaggio verbale e di tutte le forme derivate di simbolismo, servono da stimolo per l’individuo impegnato nell’interazione e viceversa. I gesti, cioè, sono la parte dell’atto di un individuo che provoca, all’interno del processo sociale, un adattamento da parte del patner. Il gesto costituisce il meccanismo di base che rende possibile l’interazione e i mutui adattamenti dei patners di un atto sociale comune.
La mente, quindi, si sviluppa come interiorizzazione della conversazione di gesti e dei significati corrispondenti, permettendo non solo quel linguaggio privato che venne criticato da Wittgenstein, nel tentativo di attaccare il mentalismo, ma permettendo anche quella stessa accessibilità e comprensione che lo stesso Filosofo gli negava.

3§. La nozione di linguaggio

Il linguaggio come fenomeno della vita appartiene alla storia evolutiva degli esseri umani. Esso emerge nel fluire delle coordinazioni consensuali del comportamento.
Ciascuna parola (come ciascun gesto) non denota nulla di esterno a noi stessi, ma solo il suo essere un elemento in un flusso di “coordinazioni di coordinazioni” dell’agire e delle emozioni, che hanno luogo nel nostro vivere insieme nel linguaggio. E’ proprio in questa coordinazione tra il fare e le emozioni che ha luogo ciò che costituisce il significato delle parole.
Affermare ciò implica sovvertire il punto di vista classico che vede nel linguaggio una semplice trasmissione di informazioni da un individuo ad un altro, non descrivendo le condizioni di costituzione del linguaggio ma solo la regolarità delle sue operazioni. Di fatto, le “coordinazioni consensuali di comportamenti consensuali coordinati” costituiscono l’operazionalità del linguaggio e ciò che vi ha luogo.
Tutta la vita umana scorre nel conversare e dichiarare ciò implica mettere in evidenza due aspetti fondamentali rispetto alla temporalità. Il primo spiega l’esistenza umana come qualcosa che ha luogo in un continuo fluire dell’uso stesso del linguaggio e del sorgere delle emozioni. Il secondo, invece, rivela che la vita umana è vissuta nel presente, nell’hic et nunc. Concordemente, la temporalità è un modo per spiegare il nostro esperire il flusso degli eventi e non soltanto una dimensione dell’universo.
Il linguaggio e l’uso del linguaggio non sono fenomeni solo fisiologici o strutturali dell’organismo biologico o del sistema nervoso. Ciò che avviene nel linguaggio e nell’uso del linguaggio non può essere spiegato o inteso come caratteristiche strutturali o dinamiche del funzionamento strutturale dell’organismo e del sistema nervoso, perché questi sono fenomeni del dominio di operazioni dell’organismo come totalità nell’ambiente.
Ciò che viene detto in relazione al linguaggio e all’uso del linguaggio, si applica a tutti quei fenomeni che nascono nell’espansione storica ricorsiva dell’operare nel linguaggio di una comunità che usa il linguaggio. Quindi, come esseri che usano il linguaggio, viviamo così in un mondo di oggetti che scaturiscono in questo uso. Gli oggetti, in altre parole, emergono nell’uso del linguaggio nella ricorsività del fluire delle “coordinazioni consensuali di coordinazioni consensuali”, di quel comportamento nel quale siamo quando utilizziamo il linguaggio (permettendo all’esistenza umana di aver luogo nello spazio relazionale del conversare) (cfr. Maturana H. R., 1988, pp. 15-23).
La nostra condizione umana si forma nella nostra trama di relazioni con gli altri e col mondo, che noi stessi costruiamo nella nostra vita quotidiana attraverso il conversare. Un cultura, pertanto, diviene una rete chiusa di conversazioni che si articolano all’interno di un punteggiatura “con-divisa” tra gli appartenenti stessi di quella cultura. E la mente, come fenomeno relazionale, emerge così nella relazione fra l’organismo e l’ambiente, allo stesso modo come il camminare nasce da un movimento delle gambe nella relazione con il suolo.
Dato che il sistema nervoso si modifica (nell’arco della crescita del bambino e durante tutta la vita di una persona) in maniera contingente al suo vivere nel linguaggio, l’uso del linguaggio è generato anche quando siamo soli. Anche se siamo soli, cioè, siamo in grado di avere esperienze che possiamo distinguere come mentali, perché hanno un senso nel nostro dominio di esseri che usano il linguaggio (cfr. ibid., pp 18-23).
Questo modo di considerare la mente ha conseguenze importanti per la psicoterapia. Infatti, qualunque cambiamento intervenga nei sistemi umani per intervento di uno psicoterapeuta, esso deve essere sempre inteso come una riorganizzazione, per mezzo del conversare attraverso un linguaggio, dell’esperienza del paziente determinata dal paziente stesso e non dal terapeuta. Vale a dire che il terapeuta può solo generare perturbazioni che possono innescare la riorganizzazione dei significati legati all’esperienza del proprio paziente. Il terapeuta, cioè, può concordare con il suo interlocutore nuovi e più funzionali significati alla storia narrata attraverso un linguaggio, ma mai determinarli nella loro interezza in quanto ogni sistema vivente è autopoietico, cioè si auto-produce. Nessuna delle sue trasformazioni, quindi, può essere spiegata come una funzione degli stimoli del suo ambiente. Un organismo si modifica in base alla sua organizzazione, allo scopo di conservare costante la sua organizzazione stessa: questo processo di costante aggiustamento è il processo cognitivo (cfr. Maturana, H., Varela, F., 1985).
I sistemi viventi sono autonomi, hanno individualità, sono delle unità, compensano le perturbazioni che il loro ambiente produce ma non subiscono trasformazioni esprimibili come effetti delle perturbazioni che essi invece compensano. I sistemi viventi sono sistemi chiusi, nel senso che il loro comportamento è spiegabile solo in base alla loro storia interna. I sistemi viventi sono sistemi cognitivi, e la vita come processo è un processo di cognizione (cfr. ibid., pp. 11-20). È la cognizione, intesa come capacità di adattamento autoregolato, di autotrasformazione delle proprie caratteristiche strutturali allo scopo di conservare la propria organizzazione, il meccanismo attraverso cui i sistemi viventi gestiscono come sistemi chiusi la loro apertura nell’ambiente.
Per quello che riguarda gli esseri umani, più nello specifico, la cognizione avviene attraverso una continua selezione e costruzione dell’esperienza, per mezzo di un sistema rappresentazionale (attivo, iconico, simbolico) caratterizzato da una continua interazione fra aspetti interni e aspetti esterni dello sviluppo, fra pensiero e linguaggio.
Il mondo è il prodotto di una mente e delle sue procedure simboliche di elaborazione dell’informazione e di ricerca del significato. Il mondo in cui gli uomini vivono è creato dalla mente e il processo di costruzione del mondo comprende un insieme di attività diverse e complesse e implica un fare non con le mani, ma con la mente, o meglio con il linguaggio o con altri sistemi simbolici.
Tali scambi avvengono attraverso la narrazione, cioè comunicando e condividendo con gli altri quei significati che sono “filtrati” dalla propria visione e interpretazione personale della realtà, facendo così di ogni individuo un “costruttore” di conoscenza e un “produttore” di cultura (cfr. Groppo M. e coll., 1999).

4§. Storie e narrazione in psicoterapia

La dimensione fondamentale e insopprimibile del pensiero umano è la capacità di narrare. La narrazione è stata infatti considerata come un modello mentale, cioè una modalità di percepire e organizzare la realtà rendendola realtà interpretata, infrangendo così l’attenzione unilaterale agli aspetti logici e sistematici della vita mentale.
Se consideriamo la mente come qualcosa su cui è possibile indagare per comprendere l’essere umano e il suo agire, allora possiamo affermare che la struttura mentale stessa non può possedere solo la dimensione dei processi logici e categoriali, ma deve anche possedere una dimensione che riguardi l’intenzionalità e la soggettività di ogni persona.
Le espressioni narrative deriverebbero, quindi, dal bisogno degli individui di comprendere e interiorizzare la realtà circostante attraverso un lavoro interpretativo, che consenta loro di diventare parte integrante della realtà raccontandola. Si verificherebbe così quello scambio di significati fondamentale per l’inserimento e la partecipazione sociale di ogni essere umano nei propri contesti di vita ed esistenziali, esattamente come avviene in quella particolare esperienza interpersonale che è la psicoterapia.
Le persone organizzano la loro esperienza e il ricordo delle varie vicissitudini principalmente sotto forma di racconti, cioè di storie, giustificazioni, miti e ragioni per agire e non agire. E i racconti sono una versione della realtà la cui accettabilità è governata dalla convenzione e dalla necessità narrativa, non dalla verifica empirica o dalla correttezza logica. Entrare in dialogo con una persona significa riconoscere e ricostruire il modo in cui essa costruisce il suo mondo e se stessa, come stanno le cose dal suo punto di vista, che esperienza fa di questo mondo, come lo valuta o lo giudica, anche attraverso le sue emozioni, come ne costruisce il senso di realtà, come agisce in esso e quali effetti produce, come questo mondo risponde a ciò che essa fa e quali effetti ciò produce circolarmente sulla persona stessa.
Le persone che si rivolgono agli psicoterapeuti generalmente sanno che andranno a presentare i loro problemi, difficoltà o malesseri e si aspettano che questi specialisti facciano qualcosa per farle stare meglio. Esse sanno anche che questo qualcosa che lo psicoterapeuta fa è in gran parte costituito (o costruito) da parole e discorsi (cfr. . Pagliaro G., Dighera B. “Le parole e le storie in psicoterapia: il cambiamento attraverso la pratica discorsiva”, in Harré R., Gillett G, eds, 1996, pp. 240-276). Questi discorsi si articolano sovrapponendo totalmente o solo parzialmente i principali livelli linguistici (linguaggio ordinario, letterario, filosofico psicologico, medico ecc..) con quella che solitamente viene definita come psicologia popolare (folk psychology). Tutto questo da vita a ciò che potrebbe essere equiparato al tessuto di un testo, dove richiamandoci esplicitamente alla teoria di Wolfang Iser (cfr. 1978) e con piccole sostituzioni di parole, il lettore (terapeuta) recepirebbe la narrativa (paziente) componendola.
Secondo questo Autore esisterebbero due aspetti strutturali del testo (paziente): uno verbale, che orienta la reazione del lettore (terapeuta) in modo da non renderla arbitraria, e uno affettivo espresso dal linguaggio del testo scritto (paziente).
I testi narrativi (pazienti) per loro natura sono indeterminati e questo fa sì che non formulino essi stessi dei significati, ma ne inneschino delle rappresentazioni. I testi (pazienti) comunicano, quindi, con il lettore (terapeuta) e lo inducono a partecipare alla produzione e alla comprensione di ciò che l’opera (psicoterapia) intende creare. Questa relativa indeterminatezza del racconto (portato dal paziente) permette una vasta gamma di possibili attuazioni, una ricerca di senso all’interno di possibili significati. Di conseguenza la scelta di un determinato tipo di discorso narrativo dovrà dipendere dalla sua capacità di stimolare l’immaginazione del lettore (terapeuta), cioè di coinvolgerlo in quella che Iser chiama “la rappresentazione del significato sotto la guida del testo”. Il discorso deve poter permettere al lettore (terapeuta) di “scrivere” il proprio testo virtuale.
Compito del lettore (terapeuta), affinché il discorso narrativo co-costruito con il testo (paziente) possa coinvolgerlo, consiste nel tentativo di far emergere tre importanti caratteristiche.
La prima consiste nella presenza di spunti alla presupposizione, cioè la necessità che vi siano nel testo (paziente) significati impliciti che permettano un processo di interpretazione e costruzione di significati condivisi. Infatti, se tutto viene esplicitato, si annullano le possibilità di intervento con il linguaggio, e la creatività interpretativa del lettore (terapeuta).
La seconda riguarda la soggettivizzazione, cioè la rappresentazione della realtà che ci perviene dal punto di vista della storia narrata e dei personaggi della storia stessa (cioè il punto di vista del paziente e delle persone significative nella sua vita).
In termini molto platonici, la condizione dello psicoterapeuta, lettore della storia del paziente, è paragonabile a quella dei prigionieri del mito della caverna, in quanto non assiste quasi mai direttamente agli eventi, ma ne coglie solo le ombre, cioè le rappresentazioni che gli vengono fornite. La soggettivizzazione richiede una sintonizzazione tra i propri registri affettivi e quella del testo (paziente) per arrivare a “con- dividere” le situazioni.
La terza caratteristica è la presenza di una pluralità di prospettive che implicano la necessità di abbandonare una visione univoca del mondo e di optare invece per una visione più ampia e varia, frutto di diverse ottiche.
Il discorso narrativo, in psicoterapia come in altri scenari della vita, non produce quindi certezze sul mondo così com’è, ma presenta molteplici e varie prospettive che ci permettono di rendere comprensibile l’esperienza, sia quella canonica, sia quella inedita che viola i canoni culturalmente definiti, attraverso l’uso della comunicazione di significato per opera del linguaggio.
Di non narrativo c’è solo la natura senza l’uomo, ma appena l’uomo “dice” la natura o dice se stesso… ecco il racconto.

NOTE

[1] W.W. Bartley (1934-1990), allievo di Popper, individua la tesi per cui ogni discorso “razionale” deve necessariamente porre capo a un presupposto irrazionalmente accettato, un dogma che vada assunto per fede e che, come tale, è al di là di ogni possibile critica. Questo Autore sostiene che il problema in Filosofia della scienza non è più quello dello statuto scientifico delle teorie, bensì quello del loro statuto razionale. Pertanto, la distinzione fondamentale per il progresso della conoscenza è nella demarcazione tra teorie critiche e teorie non critiche.

[2] Cfr Bechtel W., Filosofia della mente, trad.it., Il Mulino, Bologna 1992, pp. 168-174. Il materialismo eliminativista propone di abbandonare il linguaggio mentalistico esattamente nello stesso modo in cui abbiamo abbandonato il parlare di possessioni demoniache, allorché fu elaborata la moderna teoria dell’epilessia. Dovremmo così rimpiazzare la terminologia mentalistica con una nuova terminologia desunta dalle neuroscienze (riduzionismo). Si sostiene che continuare a caratterizzare gli eventi mentali in termini di atteggiamenti proposizionali può ostacolare i tentativi di comprendere realmente gli stati mentali. Attraverso l’indagine del modo in cui funziona il cervello, sarà possibile apprendere modi migliori per descrivere gli stati mentali.

[3] Cfr. Groppo M, Oriaghi V., Grazzani I., Carruba L, La psicologia culturale di Bruner. Aspetti teorici ed empirici, Raffaello Cortina, Milano, 1999, pp. XIII-XIX. Il pensiero paradigmatico e il pensiero narrativo sono modalità cognitive complementari e distinte che permettono di dare ordine all’esperienza attraverso processi di costruzione di significati. Il pensiero paradigmatico persegue l’ideale di un sistema descrittivo, esplicativo, formale e matematico. Il pensiero narrativo, invece, si occupa delle intenzioni e delle azioni umane, esprimendosi attraverso un linguaggio che non è più quello della logica formale, ma, al contrario, è quello delle narrazioni, dei racconti autobiografici, dei poemi e delle storie.

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