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Forma, sostanza e differenza: commento all’articolo di G. Bateson

giugno 10, 2004

Riletto da Antonio Armenia

Antonio Armenia: psicologo, psicoterapeuta della famiglia a Genova.
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Introduzione
G. Bateson (1976), antropologo ed epistemologo, è considerato uno dei maggiori ispiratori dell’approccio sistemico in psicoterapia. Le sue osservazioni e le idee esposte nella raccolta di scritti “Verso un’ecologia della mente”, sono ormai parte della storia della psicologia. L’articolo “Forma, sostanza e differenza”, tratto da una delle sue conferenze, è parte di questa raccolta.
L’intento di questo breve commento è evidenziare i concetti presenti nell’articolo in rapporto all’approccio della moderna terapia sistemica e alle sue tecniche, con particolare riferimento alla prassi elaborata dalla Scuola Milanese di L. Boscolo e G. Cecchin.

Una breve sintesi dell’articolo
L’articolo parte da una riflessione sulle idee pitagoriche di forma e sostanza. Pitagora era più incline a indagare la forma che la sostanza. La dicotomia tra mente e sostanza ha dato origine nel tempo ai diversi approcci delle scienze fisiche e delle scienze psicologiche. Bateson osserva come i concetti esplicativi di mente e forma siano stati estromessi verso la metà dell’Ottocento dalle teorie evoluzionistiche, tra cui quella di Darwin, fino a che le moderne idee provenienti dalla cibernetica, dalla teoria dei sistemi e dell’informazione hanno consentito di definire, o perlomeno, iniziare a definire cosa sia una mente.
Per Bateson (1976) dato che l’uomo sta dimostrando empiricamente che se distrugge il suo ambiente finisce col distruggere sè stesso, l’unità di sopravvivenza evolutiva da prendere correttamente in considerazione in realtà non è nè l’individuo, nè la specie, nè la società ma il complesso flessibile organismo-nel-suo-ambiente. Così come non è possibile definire i confini della mente di un cieco (all’impugnatura del bastone? All’epidermide? Alla punta del bastone?) allo stesso modo non è possibile scindere le azioni dell’uomo e le retroazioni dell’ambiente: questi aspetti si modellano vicendevolmente e le descrizioni deducibili dai fenomeni osservati non potranno che prendere necessariamente in considerazione un punto di vista arbitrario, plasmato dalla peculiare posizione dell’osservatore. Per Bateson la “Mente”, nella sua accezione più ampia, è quindi immanente nel grande sistema biologico e all’interno di essa egli identifica una gerarchia di sottosistemi, ossia le menti individuali.
La “Mente” appare come un sistema cibernetico che elabora l’informazione e completa il procedimento per tentativi ed errori. All’interno di questo quadro tutti i “fenomeni” percepibili sono letteralmente “apparenze”; il sottosistema del mondo mentale dell’individuo è infatti costituito da mappe centrate sul criterio della “differenza”. Correttamente si potrebbe dire, seguendo Bateson (1976), che ciò che viaggia lungo un assone non è un “impulso” ma la “notizia di una differenza” e, in realtà, di non tutte le differenze. I recettori sensoriali trascelgono certi fatti che divengono poi informazione, idee, tra infinite possibilità di oggetti. Questa operazione di “scrematura” della percezione di fatto rende la pretesa oggettività della conoscenza un puro ideale. Il territorio, la “cosa in sè” non entra mai in scena, perchè sfugge completamente alle nostre modalità di percezione e classificazione della realtà. Per noi esistono la mappa e le regole di trasformazione condivise per poterla leggere correttamente.
Bateson (1976) conclude quindi l’articolo sottolineando quanto siano distanti le premesse epistemologiche del passato dall’epistemologia cibernetica e da un’idea sistemica della mente. Quelle vecchie premesse sono tuttavia ancora in auge e determinano le azioni pragmatiche che vengono intraprese dall’uomo a tutti i livelli del sistema sociale. Ne consegue, per l’autore, l’urgente necessità di ristrutturare radicalmente il nostro atteggiamento conoscitivo, partendo da un nuovo modo di pensare distante da qualsiasi reificazione dell'”io”, i cui confini appaiono essere stati erroneamente tracciati nel passato. Questo equivoco di fondo ha alimentato nel tempo un paradosso che pregiudica la sopravvivenza dell’uomo, legittimando di fatto lo sfruttamento e l’aggressione alle risorse del pianeta e ai nostri stessi simili.

La mente come sistema: i concetti di funzione e retroazione

Il cieco e il bastone
Nell’articolo Bateson (1976) esemplifica l’idea di mente come sistema cibernetico. Una delle immagini più illuminanti che usa per esprimere questo concetto è quella del cieco che usa un bastone per orientarsi, citata precedentemente. L’autore si chiede: dove comincia e dove finisce la mente del cieco? Il bastone ne fa parte oppure no? O sono altri i confini che possiamo prendere in considerazione? In effetti siamo noi a decidere dove tracciare le frontiere del sistema, a seconda del livello gerarchico che intendiamo prendere in esame. Ogni gradino della gerarchia è pensato da Bateson (1976) come un sistema e non come una parte esclusa e in opposizione alla matrice circostante. Allo stesso modo, secondo Bateson (1976), dovremmo guardare all’evento di un uomo che abbatte un albero con un’ascia; dovremmo cioè considerare le differenze che interagendo le une con le altre determinano la totalità dell’evento in sè: differenze presenti nella corteccia dell’albero, nell’ascia, nella rappresentazione retinica dell’uomo, nel movimento del braccio e così via, all’infinito.
Nella “Pragmatica della comunicazione umana” Watzlawick, Beavin, Jackson (1971) presentano lo stesso concetto facendo riferimento al concetto matematico di funzione. La funzione matematica definisce il rapporto tra le variabili, le quali hanno valore solo in rapporto a un’altra variabile. La sostanza delle nostre percezioni appare allora non essere costituita da “cose” ma da funzioni; concetti come leadership, estroversione, introversione, che possiamo costruire sulla base delle nostre osservazioni, non sono che un’espressione stenografica di una forma particolare di relazione in corso [Watzlawick, Beavin, Jackson, 1971, p. 21].

Il concetto di retroazione
La cibernetica ha quindi offerto la possibilità di considerare i “fenomeni” e, in particolare, il fenomeno della comunicazione umana, in modo nuovo. Ci ha introdotti al concetto di retroazione che si era rivelato fondamentale nella costruzione di macchine funzionanti di ordine più elevato, macchine cioè capaci di perseguire uno scopo e con controllo d’errore.
In cibernetica, la retroazione è quel fenomeno per cui viene trasmessa l’informazione su un effetto all’effettore, garantendone la stabilità. Nell’esempio di Bateson dell’uomo che abbatte un albero la retroazione è chiara: l’ascia produce differenze nella corteccia dell’albero; queste a loro volta producono differenze nella rappresentazione retinica dell’uomo e a loro volta queste determinano differenze nel movimento successivo del braccio e così via. Ma la corteccia presentava differenze anche prima del primo colpo d’ascia e l’intento dell’uomo di abbattere l’albero precedeva l’azione stessa. E’ evidente che considerare l’evento in questo modo presuppone un’ottica circolare, in cui nessun punto di partenza dell’interazione può essere considerato definitivo; allo stesso modo nessuna interpretazione del fenomeno può essere considerata giusta o sbagliata o completamente esauriente in assoluto.
Nell’ambito dell’orientamento sistemico in psicoterapia questo fatto ha implicazioni importanti e ha consentito la formazione di differenti scuole e l’applicazione di tecniche diverse, ognuna delle quali pone nella propria analisi dei fenomeni maggiormente l’accento su certi livelli gerarchici del sistema.

La punteggiatura degli eventi
Possiamo quindi sostenere che stabilire il punto di partenza di un’interazione è un atto arbitrario che dipende da quale livello gerarchico del sistema sottolineiamo più o meno consapevolmente. Arbitrariamente definiamo, sulla base di convenzioni condivise, la punteggiatura delle sequenze di comunicazione che organizzano gli eventi comportamentali e determinano la natura di una relazione.
Secondo Watzlawick, Beavin, Jackson (1971) ogni comunicazione veicola un aspetto di “notizia” che ha a che fare con i contenuti e un aspetto di “comando”, che si riferisce invece alla relazione tra i comunicanti. Per esempio possiamo definire leader una persona che si comporta in un certo modo all’interno di un gruppo e seguaci le altre persone, sebbene risulti difficile pensare alla posizione dell’uno se non ci fossero gli altri.
Se allarghiamo invece il nostro campo di osservazione e ci volgiamo a contesti più ampi, siamo maggiormente in grado di riconoscere sistemi gerarchicamente superiori che, a un estremo, arrivano a essere inclusi nella “Mente” immanente di Bateson (1976); al contrario, più restringiamo il campo, più identifichiamo sottosistemi sempre più particolari, fino a considerare unicamente l'”io” dell’individuo.
Il tipo di visuale “allargata” è quella che un terapeuta sistemico del Centro Milanese cerca di adottare quando interagisce, ad esempio, con una famiglia. Egli considera la famiglia come un sistema formato da sottosistemi e sè stesso come un elemento, parte di altri sistemi, che entra in quel sistema particolare e interagisce con esso, sulla base delle retroazioni che osserva. Parallelamente esistono sistemi, contesti “esterni” che includono la famiglia e fanno da cornice alla terapia e che il terapeuta deve tenere ben presenti per non commettere errori di semplificazione nel suo intervento; tra questi rientrano ad esempio il sistema dell’inviante (la scuola, l’azienda sanitaria pubblica, altre figure professionali, ecc.), il sistema delle relazioni sociali (parenti, amici, conoscenti) e anche lo stesso sistema dei terapeuti, alcuni dei quali, i co-terapeuti, hanno il compito di osservare la famiglia separati da essa, nel setting classico, da uno specchio unidirezionale e di elaborare successivamente ipotesi d’intervento insieme al terapeuta che è dentro la stanza. Lo specchio formalizza e rende concreta una cornice entro la quale osservare la famiglia da una posizione differente da quella del terapeuta che è a diretto contatto con essa. Il setting della terapia sistemica è volto quindi a facilitare l’osservazione dei fenomeni relazionali da diversi punti di vista e a spezzare la rigidità del pensiero lineare.

Nella terapia sistemica
Consideriamo infine come le idee contenute nell’articolo di Bateson (1976) abbiano trovato eco e uno sviluppo nell’approccio e nelle tecniche della psicoterapia sistemica.
Abbiamo visto come secondo Bateson (1976), la nostra realtà conoscitiva sia essenzialmente una mappa di cui condividiamo con gli altri le regole di codificazione. Le differenze, ricavate dalla percezione attraverso un processo di scansione, sono ciò che può essere riportato sulla mappa e costituiscono la nostra fonte di informazione sul mondo, trasformandosi poi in idee e pregiudizi e, nel caso di un terapeuta sistemico, in una pluralità di ipotesi.
Il terapeuta sistemico dunque, se intende conoscere la famiglia o l’individuo che ha di fronte, deve raccogliere informazioni, cioè differenze sui sistemi coinvolti, sulle modalità peculiari di relazionarsi all’interno e all’esterno di questi sistemi, sui sottosistemi attivi nel presente e nel passato e sulle connessioni abitualmente stabilite con altri sistemi importanti, per esempio con quello delle famiglie d’origine. Per ottenere questo genere di informazioni, essenziali al suo lavoro terapeutico, è necessario che egli riesca, attraverso la conversazione terapeutica, a far emergere differenze e che non si lasci trasportare dal flusso dei contenuti statici che il cliente famiglia/individuo tende a presentare: questi costituiscono, per così dire, il rumore di fondo del processo comunicativo, da cui egli deve “scremare” segnali definiti e strutturati.
Scrive Bateson (1976) in “Ridondanza e codificazione”:
Gli ingegneri e i matematici hanno rigorosamente concentrato la loro attenzione sulla struttura interna del materiale che costituisce il supporto dei messaggi. Questo materiale, tipicamente, consiste in una sequenza o famiglia di eventi o oggetti (di solito elementi di insiemi finiti – fonemi e simili). Tale sequenza si distingue dagli eventi o oggetti non pertinenti presenti nella stessa regione spazio – temporale, grazie al rapporto segnale – rumore e grazie ad altre caratteristiche. Si dice che il materiale ha “ridondanza” se, quando riceve la sequenza priva di qualche elemento, il ricevitore può risalire agli elementi mancanti con esito migliore di quello garantito dal caso [Bateson, 1976, p. 424].
Le domande del terapeuta tenderanno a produrre comportamenti confrontabili, quindi differenze, tra i membri di una famiglia, portando allo scoperto le ridondanze, cioè la presenza di regolarità nelle interazioni che indicano l’esistenza di una regola, di un modello familiare condiviso in quel sistema.
Le domande del terapeuta hanno carattere circolare e indiretto (ad esempio: “Lei cosa pensa direbbe suo marito se…?”) ed evidenziano punti di vista differenti all’interno della famiglia rispetto a uno stesso fatto o comportamento, evitando la trappola delle definizioni chiuse di eventi o persone e aprendo invece la possibilità di ridefinire i contesti in cui la famiglia si muove. Potremmo dire che il terapeuta rimodella in questo modo la mappa del funzionamento familiare, creandone insieme alla famiglia, sulla base delle retroazioni ricevute, una nuova più funzionale e adattiva.
Durante la conversazione con la famiglia e ancor più nella discussione d’èquipe che avviene successivamente, il terapeuta formula ipotesi sul funzionamento del sistema che ha di fronte, sul gioco relazionale che sembra essere messo in atto. Solitamente l’èquipe decide un intervento conclusivo teso a restituire alla famiglia il “risultato” dell’incontro.
Come ormai però dovrebbe apparire chiaro, in ambito sistemico non può esistere una spiegazione degli eventi che possa assurgere a verità assoluta, nè possono essere tenuti presenti simultaneamente dalla mente individuale gli infiniti fattori che, attraverso circuiti di retroazione, determinano la realtà. Il pensiero sistemico invita quindi a non affezionarsi alle ipotesi, a essere pronti a lasciarle andare nel momento in cui la storia di una terapia ne indica il carattere obsolescente o l’evidente insufficienza esplicativa.
Le ipotesi sono solo stampelle che ci aiutano a fornire una direzione al cambiamento del sistema e vanno sostituite quando non si adattano più, perchè nel frattempo il sistema è mutato: esso non appare più lo stesso e anche a causa del nostro intervento.

Bibliografia

Bateson G. (1976). Forma, sostanza e differenza. In Verso un’ecologia della mente, 464-484. Ridondanza e codificazione. In Verso un’ecologia della mente, 424, Milano: Adelphi.

Watzlawick P., Beavin J. H., Jackson D. D. (1971). Pragmatica della comunicazione umana, Roma: Astrolabio.

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