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Basaglia: fra postmodernità e rivoluzione

Mag 10, 2004

di Andrea Redaelli

Andrea Redaelli: laureato in psicologia a Torino, ha terminato la formazione in psicoterapia familiare sistemica presso la Scuola di Clinica e Teoria della Terapia Sistemica di via Leopardi a Milano. Appassionatosi dal tempo dell’università ad Agostino Pirella e Paolo Henry, collabora a diverso titolo con associazioni e gruppi che lavorano nell’ambito della psichitaria a Milano e alla chiusura dell’OP Palo Pini. Per sei anni ha lavorato in una comunità psichiatrica che ospitava anche soggetti con doppia diagnosi (Insufficienza Mentale) nel territorio di Sesto San Giovanni.

CAPITOLO 1

Leggiamo le cartelle cliniche di comunità, le anamnesi, i progetti. O quelli dei Reparti di psichiatria o dei CPS. Leggiamo le lettere dei familiari o delle associazioni che li rappresentano.
Sono tutte narrazioni della storia di una persona. Sono sempre racconti. Storie trasformate in cartelle cliniche, in diagnosi sintetiche. Cartelle cliniche in storie. Ma queste descrizioni appaiono a molti contro ogni senso “comune” della morale, e l’etica del pensiero di ogni professionista, rimarrebbe schiacciata e invalidata dalla pubblica morale, o dalla morale della altrui categoria professionale. Chiusa fra “mura” di difficile dialogo, fra tecnici e persone comuni. Accade spesso. A me accade di continuo. Il mio punto di vista non appare sempre né comprensibile, né tanto meno accettabile. Il pensiero della gente comune diviene per me incomprensibile. A volte banale, talvolta semplicistico. Nella migliore delle ipotesi comprensibili, almeno nella loro logica.
Sono racconti, descrizioni spesso inconciliabili tra loro e spesso incomprensibili reciprocamente. Al di là dei linguaggi, delle parole, e al di là delle professionalità (1). Tutte legittime dentro le cornici che le contraddistinguono e i contesti che le ascoltano. Tutte incongrue e incomprensibili al di fuori dei loro contesti. Un familiare racconta la sua storia ai familiari, uno psichiatra la cartella clinica agli psichiatri, un operatore alla sua équipe.
Sono tutte narrazioni, cioè racconti, al di là del loro stile e linguaggio, dentro il loro stile e linguaggio Seguono una linea precisa nella loro esposizione. Espongono fatti consequenzialmente e precedentemente ad altri, con un intento e un obiettivo chiaro. Escludono fatti e ne evidenziano altri in sintonia con la cornice che definisce e legittima la propria possibilità di parlare.
Questo, a noi “costruttivisti”, appare chiaro, evidente. Forse però meno evidenti sono le conseguenze che queste differenti narrative possono avere sulla vita di una persona.
José Ortega y Gasset sosteneva che “l’uomo non ha una natura, ma una storia. L’uomo non è una cosa ma un dramma. La sua vita è qualcosa che necessita la scelta, la costruzione mentre avviene, e un umano è plasmato da queste scelte e questa costruzione”. Tutte le narrative esemplificate nei testi allegati all’inizio di questo lavoro, e altre ancora, confermano questo. Ognuna segue una linea narrativa, una scelta, una “realtà” (2).
er gli operatori di comunità è la rigidità delle regole dei progetti. Per gli operatori dei reparti psichiatrici sono i ricoveri, coatti, volontari o coattamente volontari. Per i centri territoriali di salute mentale sono visite con orari precisi. Per i familiari sono le ore di solitudine in casa, o i piccoli gesti di ogni giorno.
Ma questi testi sono di operatori. Operatori professionali e non professionali. I loro familiari parlerebbero di loro in maniera differente. Il terapeuta racconta la famiglia in maniera differente da come la famiglia stessa racconta se stessa. Indipendente dal fatto che il terapeuta sia strutturalista, fenomenologico, cecchiniano, o che accolga la differenza fra prima e seconda cibernetica. Lo strumento con cui si misura influisce sull’oggetto misurato (3).
Maturana e Varela esemplificano chiaramente questo fatto dicendo: “Se la conoscenza è condotta descrittiva, essa è relativa al dominio cognitivo del conoscitore. Perciò, se il modo in cui è realizzata l’autopoiesi di un organismo (il suo repertorio di condotta) cambia pure; la conoscenza, allora, è necessariamente sempre una riflessione dell’ontogenesi del conoscitore.” E ancora: “Perciò, alla base di tutto ciò che diremo, ci sarà questo costante rendersi conto che il fenomeno della conoscenza non può essere concepito come se esistessero fatti od oggetti esterni a noi che uno prende e si mette i testa. L’esperienza di qualcosa là fuori è convalidata in modo particolare dalla struttura umano che rende possibile la cosa che emerge dalla descrizione. Questa circolarità, questo concatenamento fra azione ed esperienza, questa indissolubilità fra essere in un modo particolare e il modo in cui il mondo ci appare, ci dice che ogni atto di conoscenza ci porta un mondo fra le mani.”
La letteratura è sempre più specializzata in fenomeni come il born-out, la crisi degli operatori. Sempre più sono considerate supervisioni, formazioni, riunioni di équipe come momenti qualificanti di un servizio. Indipendentemente che sia vero o meno, significa che non solo tutto questo dipende dalla descrizione, ma sicuramente il descrittore è influenzato dal “fatto”, e, a volte, messo in crisi. Come un termometro dalla temperatura. Ma ci sono termometri pediatrici, a mercurio, al tatto, digitali, istantanei. Ci sono psicologi, psicoterapeuti, psichiatri, educatori, educatori senza titolo, volontari. Ognuno, a contatto con “l’oggetto” della misurazione, si trasforma. A suo modo.
Ognuno è influenzato. Ognuno cambia. Ognuno racconta la sua misurazione con gli strumenti propri (es. display o colonna mercurio) e ne viene influenzato. E fra questi anche i “misuratori della follia”.
Allora quale affidabilità possiamo dare ai diversi modi di raccontare la “follia”. Sono certamente veri, ma certamente non sono reali. Ma sono fatti, sicuramente sono fatti: lavori su cui molti hanno lavorato, descrizioni da cui sono scaturite riflessioni.
Se li depositatiamo in un Centro di Salute Mentale potrebbero avere la valenza di un opuscolo lasciato in sala d’aspetto o un di documento dimenticato, o di una relazione che da tempo gli operatori stavano aspettando, o magari anche lo strumento con cui un “privato convenzionato” mostra il proprio modo di lavorare: una pubblicità. In un gruppo di Auto-Aiuto per familiari sarebbero oggetto di discussione accesa. O potrebbero essere accettabili perché sono le relazioni degli operatori di comunità (generalmente considerati i più democratici, a volte solo perché non vestono un camice bianco, ma magliette colorate, o non usano il linguaggio degli esperti)? Potrebbero essere accettabili perché non sono solo diagnosi sintetiche, o scientificamente espresse?
Per una famiglia con pazienti psichiatrici sarebbero la delusione di non poter raccontare la propria storia. In un reparto forse la preoccupazione che i servizi territoriali stiano fallendo un’altra volta e “scaricano” a loro i problemi, o magari solo l’ennesima relazione di colleghi. Questo non lo so.
Ma qualcosa manca all’affermazione di Ortega y Gasset. O meglio spesso la facciamo mancare nella analisi del sistema di cura (o di riabilitazione). La narrazione di coloro che definiamo pazienti. Raccontata solo dentro i racconti di altri.
Ma qualcosa potrebbe tenere insieme una diagnosi sintetica, una cartella clinica, una diagnosi descrittiva (prendendo questi strumenti come simboli di approcci alla problematica della salute mentale)? Ognuna di essa è accettabile, congrua e comprensibile solo all’interno del proprio sistema di riferimento culturale e professionale. Le diagnosi in una comunità terapeutica in stile basagliano o secondo modelli riabilitativi biopsicosociali, con inserimenti lavorativi, sono abolite o non considerate. Un racconto, uno sfogo emotivo, in un servizio territoriale spesso non trova nemmeno il tempo di essere letto, o ascoltato (a volte i “pazienti” –ormai sempre più solo coloro che portano pazienza per ciò che patiscono? – sono raccontati dai loro accompagnatori per risparmiare tempo). E nel loro contesto sono l’unico “racconto” possibile. L’unica storia.
Ed è così cha se ognuno ha una sua storia, finisce per “essere” la sua storia. In qualsiasi luogo uno si trovi. Ma soprattutto nel luogo in cui si trova ad essere inserito.
Ma allora la rivoluzione basagliana, la speranza per molti dove è finita? E’ realmente esistita? Sicuramente è stata vera, lo è ancora oggi, ma non so se sarà mai reale,…per fortuna. Ma per fortuna e sicuramente è stato un fatto.
Purtroppo ogni misurazione è solo una relazione che misura la differenza fra stati precedenti e attuali, alla ricerca di previsioni per quelli futuri. Se riuscissimo a prevedere tutto saremmo morti, perché non esisterebbe più il tempo, ma solo la sua immaginazione, la sua previsione. Se tutto si ripetesse uguale secondo schemi prevedibili saremmo in grado di controllare le variabili dell’esistenza e delle relazioni umane. Saremmo dio, ma senza importanza, perché non sarebbe più unico, ma saremmo in molti…professionisti.
Ma queste narrative, le regole che le organizzano, quali obiettivi hanno? Non hanno forse tutte lo stesso obiettivo: la salute del paziente?
Tralasciando il problema fra normalità e anormalità (4), la teoria basagliana, la psichiatria sociale (5) ridefinisce e apre comunque una questione sulla definizione dei disturbi la dove i paradigmi medico-sindromici aprono un diatriba nelle prassi della cura. Due epistemologie (6) si mettono a confronto evidenziando i limiti della cura fino ad allora promossa come strada. Le storie sui lager manicomiali hanno invaso l’immaginario sociale, e le pratiche psichiatriche.
La rivoluzione basagliana è stata abbracciata da operatori psichiatrici e medici psichiatri (7), che sempre più hanno cercato pratiche dell’intervento più raffinate. I familiari hanno appoggiato questo nuovo modello di cura, anche se spaventati dalla “psicosi collettiva” dell’abbandono. Il privato sociale, il volontariato hanno poi fatto la loro parte.
La diatriba fra metodologie di intervento e “variabili del disturbo” sono state aperte su molti tavoli. La mescolanza fra diritto, cura, diritto alla cura, sono divenuti leit motiv di molti tavoli di professionisti e di molta letteratura. Da questa si è aperta anche la questione delle competenze professionali e della loro necessità di integrazione.L’inserimento della variabile sociale, la comprensione fenomenologia del disturbo, la riconsiderazione del sintomo come comunicazione (8) hanno aperto pratiche che hanno messo in crisi i protocolli che si costruiscono all’interno della logica sperimentale dei Clinal Trias (9), incapaci di descrivere i reali pazienti dei servizi. Se ripercorriamo anche solo i più famosi testi di psichiatria ispirati all’opera di Basaglia e della sua équipe, possiamo comprendere chiaramente la critica al modello biomedico della psichiatria di origine positivista. Il processo diagnosi-terapia-prognosi viene più volte negato. La diagnosi, e quelle più comunemente usate del DSM IV, con difficoltà vengono paragonate alle diagnosi mediche. Se volessimo sintetizzare queste ultime sono eziologiche, le prime sintomatologiche (10).
Ma oltre a queste note di natura teorica le diagnosi psichiatriche vengono criticate anche per non essere esaustive del problema. O meglio la dove si accetta il concetto di assessment, cioè la conoscenza del paziente, vengono messe in discussione le stesse variabili della conoscenza. Vengono cioè escluse variabili come i bisogni, le possibilità e le domande del paziente. Ma anche la dove potessero essere anche incluse, in una particolare voce della scheda diagnostica, probabilmente la loro povertà, o necessità di sintesi, non potrebbero far uscire la diagnosi dal suo contesto di “informazione breve” (11), di etichetta. Trasformando una più lunga digressione sulla persona in una sintesi che personalizza. Un’ottica sistemica potrebbe anche porre come elemento di critica la mancanza dell’analisi del sistema di cura, il contesto in cui è stata rilevata.
Ma quale capacità predittiva può avere una diagnosi? La storia della psichiatria e la sua attualità non ci danno buoni segnali in questa direzione. Alcuni studi hanno mostrato anche la assoluta mancanza di correlazione tra tutto il sistema diagnosi-terapia-prognosi (12), mostrandolo assolutamente inefficace al fine della riabilitazione, o meglio sugli esiti della malattia.

La storia della malattia, la storia della persona, i suoi desideri, il suo contesto familiare e sociale, si oppongono al sistema di cura classico, lo mettono in crisi e lo contrastano attraverso una lotta, una battaglia che ha i suoi trascorsi nel diritto umano, nella filosofia, nella medicina. La crisi di una istituzione che inizia con la necessità di chiusura della struttura stessa. Chiusura dai suoi eccessi, dalle sue degenerazioni, dalle conseguenze che esso stesso era stato in grado di produrre. E questo anche attraverso la ricerca di un’immagine che potesse identificare nel comune immaginario la psichiatria come il male, contrapponendola all’arte. Gli Atelier di pittura si aprono lentamente in ogni manicomio, o ospedale psichiatrico (in un primo tentativo di recupero), o area ex O.P. (in un processo di chiusura più maturo). Nei manicomi rimangono le persone troppo vecchie, o troppo segnate dal dolore della prigionia, o quelle un po’ “sceme”. Forse a volte quelli meno artistici, per essere un po’ provocatori, o semplicemente quelli che hanno faticato, e faticano ad uscire. Paradossalmente quelli che hanno più bisogno. Per loro l’aiuto non è una rilettura del problema, della loro storia, per loro l’aiuto è un piccolo muro, un po’ più basso, un po’ più pulito, ma purtroppo a volte con meno verde che nei manicomi. Spesso le chiamano comunità. Poi, qualche anno dopo, RSA. Quelli che escono spesso ritornano in SPDC per lungo tempo, o quelli che mai sono entranti non escono dalle loro famiglie se non con la polizia, con tutta la fatica, la disperazione, il senso di impotenza, le speranze, la solitudine dei loro familiari, che chiedono la possibilità di ricoveri in comunità protette.
Potremmo scoraggiarci e dire che la rivoluzione basagliana si è scontrata con la realtà. La teoria, l’ideale ha perso la sua battaglia?
Credo, però, che la domanda non sia corretta, che sposti i termini del problema. Potrebbe essere un pretesto per dare voce a chi vuole abolire la legge 180 e la 833 prima di cercare di renderle operative. Chi potrebbe abolire lo stato sociale solo perché in deficit? L’aver importato nel modello psichiatrico strategie di riabilitazione, studi sulla riabilitazione, altre professionalità, abolendo tabù professionali e aprendo le caste professionali ad un possibile dialogo fra loro sia stata un’impresa rivoluzionaria. Un cambio epocale. Certo la tutela della salute mentale sul territorio ha delle carenze difficilmente colmabili. Le risorse, i bisogni, gli strumenti, le richieste sono difficilmente conciliabili e le storie di “mala assistenza” sono all’ordine del giorno. Ma sono oggi anche più evidenti, meno chiusi dentro muri invalicabili, muri di silenzio e omertà.
Social Skill Training, Modelli Psicoeducativi, gli studi sulla Expressed Emotion, il modello ad assi di Ciompi, sono solo una parte dell’eredità che la psichiatria sociale, la psichiatria marxista, o l‘antipsichiatria ci ha lasciato.
Credo proprio che questo processo di pensiero abbia portato un reale cambiamento nella pratica, nonostante oggi le contraddizioni siano ancora aperte, e qualcuno ricerchi con sempre maggiore vigore la pratica di un tempo, la sua linearità, la sua semplicità e immediatezza….sicurezza.
Non so se Basaglia abbia salvato i “matti”, ma sicuramente la sua opera è stata un fatto, un bel fatto.

CAPITOLO 2

Poter definire il contributo basagliano come una reale rivoluzione all’interno del panorama della cura psichiatrica, credo non possa essere messo in discussione. La questione rimane però su quale contributo una rivoluzione possa portare nell’evoluzione del pensiero umano, quale nuovo apprendimento.
O meglio se all’origine della ridiscussione odierna sul contributo basagliano e antipsichiatrico c’è un’opinione che in due decenni abbia “fallito”, o non centrato, i propri obiettivi, quello che ancora divide gli esperti e se questo si manifesti per una mancanza di reale congruenza con la problematica della salute mentale (un’epistemologia interessante ma impraticabile) o per altri motivi (compresa l’opposizione che il gruppo di Gorizia e suoi successori hanno dovuto subire)
L’inversione di un andamento nelle prassi di cura credo sia un dato incontrovertibile, ma dove risiede allora il “fallimento rivoluzionario”? La mancanza di risorse economiche ed umane? L’incomprensione della malattia mentale nella sua natura ed espressione sociale? Lo stallo creatosi nella contrapposizione delle diverse epistemologie, o all’interno delle équipe che mettono a confronto le diverse professionalità, le diverse osservazioni della problematica? Le lobbies economiche e di potere che temono lo smantellamento del sistema di cura e il mancato introito economico di alcune corporazioni professionali e industrie farmaceutiche? Insomma il potere? La verità assoluta, la ragione?

Ritornando ad un affermazione già proposta in precedenza, il “presupposto semiotico” (13) sul quale si fonda la diatriba fra riformisti, antiriformisti (e mediatori della diatriba) è quella di allargare o meno le variabili che definiscono la diagnosi: una logica descrittrice “fredda” o una “più calda”, l’interazione del soggetto col sistema, il significato della vita individualmente costruito, l’emotività. Ma il “sistema di cura” rimane sempre come unico luogo di comprensione (14), proponendo e opponendo, al suo interno, fra loro idee, ideologie, trascendenze a cui il tutto poteva riferirsi creando ordine, disciplina e, più o meno volontariamente, controllo.
Controllo: cioè comprensione come controllo? Fin dai suoi albori (15), alla neonata psichiatria (e siamo nel mondo del positivismo, della ragione, della spiegazione) fu affidato il compito di spiegare, controllare alcuni fenomeni (16), di sedare la paura della diversità e l’inquietudine sociale di fronte all’incomprensibile, al demoniaco.Questo non credo scandalizzi nessuno. Conoscere e spiegare rende tutto più controllabile. Un processo fisico o chimico, comprese le variabili che lo determinano, possono essere riprodotte in laboratorio. Comprendere le regole della correlazione del sistema (osservato) produce la capacità di produrre antidoti e vaccini. Forse una casualità, da un punto di vista epistemologico e filosofico (17), ma abbastanza veritiero, se pensiamo che l’avvicinarsi il più possibile alla loro comprensione dà nuove possibilità di ricerca, e in campo medico di cura. Ma il sistema umano, sia individuale che sociale, non può essere ridotto in laboratorio (18).
Allora la contrapposizione fra antipsichiatria e psichiatria classica, o di ispirazione bio-medica, diviene una diatriba all’interno di un sistema di riferimento che introduce delle regole, delle metaregole, o semplicemente dei dogmi, dei mandati sociali inalienabili, che definiscono la loro dialettica ad una diatriba fra torto e ragione. Ancora una volta una somma uguale a zero.
La ricerca di una spiegazione, di una verità, di una ragione. E, come contrappasso, di un torto, di un errore. La ricerca in psicologia, la ricerca nel sistema umano si riduca a una consequenziale ragione fra fatti, come poliziotti.
Ma il poliziotto mantiene l’ordine di un sistema, con tutte le sue degenerazioni, e le sue debolezze; si è dato una ragione, sia essa democratica, dittatoriale, e persino anarchica (19).
Forse allora la divisione dei ruoli all’interno del “sistema di cura” diviene il vero argomento del contendere, stabilito che entrambe le visioni (20) ubbidiscono alle stesse regole impostegli dal sistema sociale, a cui entrambi appartengono, e da cui cercano il riconoscimento per la loro stessa sussistenza “morale” ed economica.Allora in questa lotta, la cui somma è “uguale zero”, questo sistema chiuso, o apparentemente descritto come tale, da coloro che lo descrivono come “realtà analizzata”, la questione della sopravvivenza diviene il potere. Ovviamente contrapposto all’impotenza.
Mara Selvini Palazzoni in uno scritto del 1975 già descriveva una famiglia (21) come un insieme di individui che rispondono alle stesse regole, allora: “la posta in gioco è il potere, inteso come possibilità di definire sé e l’altro dentro la famiglia, con i legami col potere in senso sociale che questo comporta. In ogni rapporto istituzionale ha il potere chi definisce la situazione; la definizione della situazione può comportare la definizione del comportamento dell’altro”.
Ma allora se la “diatriba sulla cura” si sviluppa insieme alla diatriba per stabilire su come definire la discordia/potere fra i due movimenti e le due correnti di pensiero, viene ben racchiusa dentro questa frase; senza lasciare la possibilità di non definire, diagnosticare, per non incorrere nel rischio del potere e del controllo dell’altro, e, paradossalmente in questo caso, della diversità che rischia di definire la normalità. Controllo, controllo democratico e più umano, ma pur sempre controllo (22). I rapporti difficili fra servizi, o fra professionalità diverse all’interno dei servizi, potrebbe allora ascriversi a queste dinamiche? Una semplice escalation simmetrica in cui le controparti discutono all’interno della stessa dinamica nel raggiungimento del medesimo obiettivo. Una dinamica all’interno di un dualismo bipolare a somma zero.
Ma la differente comprensione della sofferenza psichica appartiene, in realtà, alla stesso rigore logico, allo stesso bipolarismo, in una o nell’altra polarità.
Entrambe queste situazioni appartengono alla necessità di descrizioni generali a cui poter ricondurre. I testi, le relazioni citate all’inizio di questa riflessione sono ampliamente definite come narrative, differenti, ma pur sempre narrative. In realtà sono narrative dentro metanarrative (23), cioè grandi discorsi che legittimano principi trascendentali, anche se sarebbe alquanto poco rispettoso affermare che questi movimenti di pensiero possano affermare solo la spiegazione di loro stessi, cioè riducano la realtà all’interno della loro teoria, se non con il fine di rafforzarla, o almeno con l’obiettivo di non sconfermarla. Sono teorie che sono in grado di spiegare tutto, o meglio, “il tutto”. O che dicono di poterlo spiegare. L’una definisce la normalità in relazione alla definizione della anormalità. L’altra difende la devianza attraverso i devianti, ridefinendo la normalità.
Forse per questi motivi molto spesso i rapporti fa servizi sono ingabbiati all’interno della logica che soggiace alle “teoria dei giochi”, quella più comunemente definita, il “dilemma del prigioniero”. Questo, di per sé, non sarebbe un limite, se la capacità dei servizi di meta-pensarsi, meta-apprendere su se stessi sia una “realtà” possibile (24).
Se valutassimo la storia della psichiatria come fosse un percorso di crescita, un percorso evolutivo della conoscenza dei limiti e delle potenzialità di un sistema, diremmo forse che non c’è stato apprendimento. Il livello logico in cui si è definito, in cui si è teorizzato, in questo campo è sempre lo stesso. Possiamo dire che siamo rimasti ad un “apprendimento 1”, senza, quindi, la possibilità di spostare l’osservazione, il livello logico, della analisi del sistema stesso. Mantenere il sistema “malattia-cura”, un sistema chiuso, come unico modello di riferimento della riflessione psichiatrica vincola la possibilità di ridefinire il problema se non dentro epistemologie che ripropongono la stessa logica, anche se con prassi differenti.
La problematica della sofferenza mentale viene letta con ottiche diverse, che producono significati diversi, ma con una uguale epistemologia. Cambia la lettura del caso, la chiave di lettura, ma non il suo modo di essere letto, col rischio di riprodurre gli stessi cambiamenti o adattamenti (o disadattamenti) diversi nella ricreazione della omeostasi del sistema stesso. La capacità di perturbare il sistema, di ottenere cambiamenti, secondo un linguaggio più pratico, si scontra con i paradossi di ricerca dell’autonomia in un sistema protetto: il sistema di cura.
La differenziazione dei livelli di protezione (SPDC, CP, CRT, Inserimenti Lavorativi Protetti, Comunità Semiprottette, appartamenti, associazioni di “malati”, etc.) sono una spirale dentro cui l’autodeterminazione del soggetto si scontra con la necessità di integrazione nel sistema stesso che lo ha escluso, andando a trovare pratiche dell’assistenza, e della cura sempre meno direttive, ma, alla fine, sempre controllate. E’ proprio in questa contraddizione (una comunità protetta (25) come luogo per ricercare l’autonomia, la ridefinizione di se stessi, il confine che la psicosi ha reso molto labile) che i servizi devono sempre creare progettualità e altri servizi sempre più differenziati e meno protetti. Una escalation irrefrenabile che potrebbe arrivare al paradosso, per essere coerente con le proprie finalità, di dover creare un servizio diverso per ogni persona diversa (26), perché alla fine ogni uomo ha la sua storia determinata dalle sue scelte e dalle sue non-scelte. Ma sempre la creazione di un luogo in cui il soggetto della “cura” diviene “l’oggetto dell’azione curante”. Cioè l’implicita definizione di diversità, con più o meno rigidità, e della necessità di controllarla e/o riabilitarla. Riabilitare è un verbo transitivo (27), che definisce un oggetto di questa azione e soggetto che la compie, senza che mai i due ruoli possano esseri invertiti (28).
Questo non credo possa corrispondere ad una epistemologia costruttivista. Non esiste nella logica appena descritta la possibilità di retroazione. Lo psichiatra, l’educatore, lo psicologo, l’assistente sociale, il volontario, l’infermiere non vengono mai riabilitati dal “matto” (29). In un sistema di cura classico l’attenzione ai feed-back rientra nell’analisi del decorso della malattia al fine dell’inserimento di questo in casistiche che prevedono nuovi protocolli. In quello antipsichiatrico l’attenzione al feed-back del paziente (o meglio dell’utente) è centrale, nella ridefinizione del “patto di cura”. Ma in nessuno dei due casi la definizione del contesto è co-costruita, in un rapporto paritetico, anche se con funzioni diverse: i matti non stanno mai ai tavoli del Dipartimento di Salute Mentale.
La variabile che definisce il sistema di cura, qualsiasi teoria lo determini, e che quindi definisce sia gli operatori che l’utenza, è legata al mandato sociale per cui sono stati creati e sono finanziati. Spesso nascosto, a volte poco esplicitato. Se visitiamo un SPDC e parliamo col suo primario scopriremo che le persone ricoveratevi stanno molto male, ma la motivazione del ricovero spesso coincide solo con l’agitazione che queste persone hanno mostrato al di fuori di esso.Non sono rari i casi in cui una persona sia stata portata in SPDC per aver avuto un diverbio molto agitato con le forze dell’ordine al momento dell’arresto (30).
SPDC come luogo del controllo del comportamento. Luogo estremo, ma capostipite di una rete di servizi che cercano lo stesso obiettivo: il controllo. Tutti i servizi che fanno capo al Dipartimento di Salute Mentale, siano essi pubblici o in appalto, fanno ricorso al ricovero in SPDC come estrema ratio, ma comunque a questo servizio afferiscono e fanno riferimento. Allora la psichiatria potrebbe rispondere più che alla cura, cui già non riesce a dare risposta certa con gli strumenti fino ad ora individuati, alla necessità di controllo dei comportamenti devianti rispetto alla comune morale. Insomma il “sistema di cura” appare sempre più un sottosistema di una “sistema sociale” che determina, con la sua morale, la sua pratica della convivenza, che noi definiremmo (chissà in relazione a cosa) vivere civile, le regole della normalità e della devianza.
La rivoluzione, di ispirazione filosofico-marxista, è indiscutibile (è esistita, è un fatto) e a volte è stata anche radicale. La condizione di molti sofferenti psichici è migliorata, alla luce di quanto detto possiamo affermare un giudizio positivo e la sua efficacia, anche oltre i limiti economici, e di applicazione, da cui la sua applicazione è stata accompagnata. Manicomi chiusi, matti “liberati”, pratiche di intervento messe sotto accusa. Ma è forse il concetto di rivoluzione stesso da mettere in crisi. Prouhdon (31) scrisse già a Marx: “Non dobbiamo porre l’azione rivoluzionaria come mezzo di riforma sociale, perché questo preteso mezzo sarebbe semplicemente un appello alla forza, all’arbitrio, in breve una contraddizione”. La liberazione, seguendo il ragionamento dell’autore, può essere raggiunta attraverso la ricerca di reali alternative e non attraverso lo smantellamento di situazioni insostenibili o la loro riforma. Già Stirner, nel diciannovesimo secolo, pose la sua critica alle emergenti teorie sociali, e più in generale a tutte le ideologie e idee di stampo comunista e socialista, in quanto rispondenti ad una nuova normativa, ma pur sempre ad una normativa di stampo morale e moralistico, riproponendo cioè il soggetto come oggetto della società. Criticò qualsiasi istituzione, come vincolata e costruita su idee oggettivanti originarie, non vere (secondo lui fondate sul nulla), o almeno in quanto “idee prodotto dell’uomo”, volte esclusivamente a schiavizzare e assoggettare l’uomo a queste attraverso la creazioni di miti fondanti che assumono quasi valenza sacrale, per mantenere il potere dell’istituzione stessa, occultando il potere istituzionalizzante proprio di ogni organizzazione fondata su un’idea forte (32).
Certo Stirner va anche oltre nella sua critica, ma ritornando al nostro caso, quanti muri di manicomi sono stati “rinfrescati”, e quanti rimpiccioliti? Sono state abolite le pratiche punitive e segreganti, la sindrome da ospedalizzazione viene però sostituita da neologismi quali “la porta girevole” in cui i servizi rimangono imprigionati, legando a loro stessi utenti che non riescono ad esprimere la propria autonomia, libertà di esistere, diversi. Certo il condizionamento sociale, le regole della società, in una società di consumo e di produzione, omogeneizzano comportamenti stabilendo i confini di una normalità e di una anormalità deviante, e le istituzioni di cura sono e rimangono comunque, soggetti sottomessi a queste idee, e il mandato sociale, di cui sono portatori, diviene allora vincolante.

CAPITOLO 3

Un punto cruciale, un nodo dei modelli di matrice basagliana è l’integrazione delle competenze professionali: l’équipe integrata. Un luogo pregno di significati, a volte quasi mitologico. Un luogo che si propone come garanzia di un lavoro realmente democratico. Ma il luogo delle contraddizioni, della rabbia, delle idee che si combattano, delle decisioni non prese, dei poteri che si scontrano.
Molto spesso sono il luogo del fallimento.
Ma il possibile fallimento dell’équipe integrata è nel concetto di équipe integrata stesso, nell’essenza dell’essere équipe.
L’integrazione dell’équipe e la sua centralità nell’intervento non è solo il motore del processo, ma anche sua finalità, cioè l’integrazione dell’équipe, è anche la causa del suo pensare e pensarsi. La causa e il fine coincidono? O meglio il pensare dell’èquipe e il metapensare all’èquipe stessa (la definizione delle regole dell’èquipe) entrano in un circolo vizioso in cui l’obiettivo integrazione diviene la possibilità stessa del raggiungimento dell’obiettivo di integrazione delle diverse visioni della persona/utente, cioè la sua integrazione/”realtà individuale”.

La possibilità di pensare su di sé diviene un corto-circuito impossibile nella misura in cui questa possibilità è il mandato che presuppone la sua stessa esistenza, cioè l’obiettivo/utente. La ridiscussione delle regole del sistema èquipe diviene fittizia di fronte alla preclusione della possibilità di non doversi integrare, e all’impossibilità di poter abbandonare l’obiettivo affidato all’équipe stessa. Il mandato sociale ricevuto limita così l’atto creativo (33) che una équipe, un sistema potrebbe generare.
La definizione del sistema non può però essere anche parte del processo di definizione della mappa del territorio che il sistema è obbligato a costruire attraverso una geometria particolare, data dall’incrocio e dalla relazione di punti di osservazioni differenti.
La vita dell’utente, la sua riabilitazione, cioè il contenuto del mandato, è anche la causa dell’esistere di questa équipe in quanto singoli professionisti della salute mentale, e professionisti che collaborano. Il vincolo posto non permette al sistema di poter mettere in atto un’infinità di possibilità, o atti potenziali, ma solo alcune. Anche se molte, solo alcune, in quanto deve escluderne almeno una: il non esistere.
La scelta di un atto piuttosto che un altro diviene allora non tanto la necessaria frammentazione della complessità e della circolarità in infiniti, ma definiti, atti lineari, ma piuttosto la tautologica ripetizione, magari in un ampia gamma di scelte, di atti determinati dalla stessa causa che limita la possibilità di obiettivi differenti, o di tutti gli obiettivi possibili, anche quelli non immaginabili scientificamente, o non prevedibili.
L’obbligo ad integrarsi vincola, inoltre, ogni sotto insieme (singola professionalità) a negare se stessa. Cioè vincola un sistema al suicidio. In conclusione il superamento della linearità e dell’oggettività di ogni sottoinsieme è l’annullamento dei sottoinsiemi, cioè il presupposto dell’esistenza del nuovo sistema.
Ma il sistema più ampio a cui tutti appartengono (la società) continua a creare i primi sottosistemi (le diverse professionalità) distinti e autonomi, senza evolvere o apprendere un nuovo modo di imparare la diversità o la sofferenza. Psichiatri, psicologi, assistenti sociali, educatori (etc) seguono percorsi di formazione sempre identici a se stessi.
Così, in mancanza di nuovi “apprendimenti”, ogni esperienza di integrazione diviene distinta dalle precedenti e future, cioè un continuo e ripetuto “nuovo apprendimento” per prove di errori. Non sono quindi rare le impressioni per cui buone integrazioni fra servizi e professionalità siano frutto soprattutto dei singoli che vi partecipano. Cioè il contributo di una professionista piuttosto che un altro pregiudica o rilancia un processo di integrazione contro il “mandato di integrazione”. Quindi l’apprendimento del singolo e non quello del sistema.
Questo corto circuito funzionalistico non permette al sistema un reale atto creativo, ma rende solo possibili la ripetizione di pattern relazionali, che confermano le regole che, contrariamente, vedrebbero la scomparsa e l’estinzione del sistema stesso. Ma questo diviene impossibile non solo per le ragioni fino ad ora espresse, e per questioni economiche, ma anche perché il sistema terapeutico, nonostante artificiale, diviene sistema, quindi impossibilitato ad estinguersi per l’omeostasi che caratterizza tutti i sistemi. Negare la propria esistenza non sarebbe solo non rispondere al “mandato-regola” del sistema, o semplicemente dichiarare il fallimento, ma, come ultima ratio, definire inesistente la devianza.
Non poter comprenderla, non poter controllarla e quindi non potersi definirsi contraddittoriamente con essa (34), definisce il fallimento della normalità, e conseguentemente la sua non esistenza, così come non esiste la devianza. Non poter nominare (35), quindi descrivere, qualcosa significa non conoscere, non sapere e tutto ciò che ne consegue appare chiaro: l’impossibilità, ma anche la non-necessità del controllo.
Inoltre l’assenza del giudizio che la conoscenza pone di fronte ai suoi attori è una reale assenza di giudizio o solo la sospensione del giudizio morale? La nominazione della devianza pone la possibilità della conoscenza, cioè del controllo. Ma se la conoscenza è viziata dal dover conoscere, cioè dal creare una teoria che spieghi (mandato sociale di tutte le èquipe) la morale è insita nell’essere assoggettati alla committenza e alla sua stessa necessità di integrazione nella normalità di colui che dal “normale” è definito deviante.
Una persona diviene soggetto della discussione in un’èquipe integrata di esperti della salute solo su mandato sociale. E anche “l’oggetto” della discussione viene ad essere indicato dal sistema stesso, attraverso i suoi strumenti (famiglia, chiesa, amici, datore di lavoro, assistente sociale, etc). Quindi ancora una volta la libertà dell’équipe nella definizione del problema fra normalità e devianza è viziato da un mandato, che in realtà è un giudizio aprioristico, forse non morale, ma sicuramente etico.
La buona riuscita dell’obiettivo dell’èquipe è solo un modo, uno dei tanti, che giustifica l’esistenza del sistema sociale stesso. Delle sue regole e dell’obbedienza alle sue regole. La punizione, la condanna, la pena, la polizia, l’ordine, e l’ordine sociale, giustificano il pagamento delle tasse che sta alla base del mantenimento del sistema sociale occidentale. Il meccanismo di delega delle funzioni del controllo e della gestione della convivenza (dai medici ai poliziotti passando per il parlamento) ritiene altresì necessaria un’assunzione di responsabilità nella definizione delle regole. Cioè definire cosa è concesso e cosa meno, cosa è normale e cosa no. Cioè giudicare. Ma un giudizio non libero, vincolato dalla committenza: la società a cui si appartiene.

Un giudizio correlato alle regole che la società segue anche al di fuori di questo campo di indagine (36).

La riforma basagliana inserisce sicuramente nuove variabili, come abbiamo avuto modo di dire, nella discussione fra normalità e anormalità. Un tentativo di svincolo dalla determinazione attraverso l’inserimento della variabile società correlata alla definizione di disturbo, malattia.
Ma questo forse non è bastato per eludere il vincolo epistemologico e la creazione di un nuovo apprendimento della conoscenza. Solo una nuova variabile che pone una nuova scelta, una seconda scelta: una alternativa ad un’altra.
Ma se dividiamo dieci per tre avremo un numero approssimativo sempre più vicino alla sua realtà, ma mai la realtà del numero (37). Questa è una illusione di conoscenza della realtà. Illude esattezza, ma è solo un illusione, più “reale”. Se la divisione è in due parti esatte potremmo avere l’esattezza del numero-risposta. Potrà essere uno maggiore e uno minore, o viceversa, o esattamente lo stesso, e la realtà sarà definita dalla somma di questi due numeri in maniera precisa, da questi due soli numeri. Ma una suddivisione reale?

La divisione per tre pone allora un problema fra esattezza della misurazione e l’esattezza della realtà.
Il modello bio-medico, o bio-psico (classico) si contrappone ad un modello bio-psico-sociale (di origine basagliana). Un dualismo a somma zero, che pone però, in uno, una spiegazione chiara, nell’altro la indefinizione della definizione del disturbo, ma che se messi a confronto in maniera esclusiva rimangono un dualismo immobilizzante.
Ma la proposta basagliana ha realmente insito nella sua proposta questa necessità di non definire? Esprime la comprensione delle regole, delle regole del sistema, o la determinazione delle regole attraverso una metanarrativa eclettica ed esplicativa, ma pur sempre una narrativa? O forse nella sua teoria complessa si pone solo come alternativa ad un’altra?
La pratica basagliana è espressione di una necessità di provare, di riscoprire la nuova realtà del nuovo approccio o solo la strategia di autoconferma di un nuovo modello contrapposto ad uno vecchio, ormai forse solo un po’ obsoleto?
La difficoltà del modello basagliano di definire per rispondere al mandato sociale, si scontra così anche con la difficoltà dell’essere alternativa escludente di un altro modello, un dualismo che difficilmente descrive il reale.
Ma in questi due modelli manca comunque il paziente, l’ospite, l’ammalato, il sofferente, che mai viene incluso nell’integrazione fra i vari modelli e sempre oggetto della risultante (riuscita o fallita) del processo di integrazione delle équipe.
Anche se a Basaglia si cerca di far dire veramente tutto e il suo contrario?

CONCLUSIONE

Sostituire di idee con altre idee. Idee fondanti a cui poter ricondurre la possibilità di conoscere, mandati sociali e riferimenti a sistemi allargati, possono essere forse la base per la ridiscussione dei principi basagliani, come rottura con una continuità con il passato, ma non ancora una lettura postmoderna. Diviene la possibilità di poter leggere ogni caso, non come una storia circoscritta alla propria storia, ma costruendo rapporti di cura soggetti a metodiche ripetibili su storie e persone diverse, in luoghi e famiglie differenti.

In fondo forse, senza negare la bontà della riforma basagliana, possiamo però constatare che spesso il muro manicomiale è stato sostituito da un muro, invalicabile, della società. Il territorio circoscritto da questo nuovo muro è molto più ampio e complesso. Il manicomio, nella sua limitatezza, come riproduzione di città dentro la città (38), diveniva un sistema più facile da controllare e conseguentemente anche da migliorare nelle sue prassi. Il “manicomio” creatosi dentro la società, con l’uscita dei matti dagli istituti, è un sistema complesso, incontrollabile che ha lasciato molte falle al suo interno. Luoghi non controllati e non controllabili come le mura domestiche e le domeniche di agosto in città (39).
Certo probabilmente la possibilità di escludere la sofferenza nella considerazione delle problematiche legate alla mente è una pura operazione di natura teorica. La sofferenza necessita, per forza e necessità, di una risposta, e le pratiche che nascono dalle diverse teorie possono e devono essere messe a confronto.
Il dialogo, per quanto difficoltoso e probabilmente non proficuo nel raggiungimento dell’obiettivo della comprensione delle problematiche legate alla salute mente, sia nella persona che nei sistemi familiari e sociali a cui essa appartiene, diviene comunque necessario.
La discussione si pone in relazione alla serietà e alla assoluta presupponenza di ogni approccio come approccio unico e indiscutibile alla soluzione del problema. La presa in carico totale, se pur suddivisa in diversi servizi, non può rispondere comunque alla complessità di cui ogni essere umano è portatore. La necessità di allargare i soggetti del sistema, diviene allora possibilità di dare maggiore pertinenza alle soluzioni possibili: soggetti unici e infiniti nella loro varianza (le persone/utenti) necessitano di risposte uniche e infinite nella loro varianza.
Intervenire più sul sistema curante, non tanto e solo nei rapporti che intercorrono fra loro, ma soprattutto sulle variabili che gli stessi escludono aprioristicamente, o che non necessariamente vengono incluse all’interno della considerazione del problema manifesto. Mettere tra parentesi e saper ridiscutere o essere irriverenti nei confronti delle proprie pratiche potrebbe essere una reale perturbazione del sistema paziente-curante, malattia-cura.

“Non bisogna considerare la ricerca come un tentativo di trovare la verità. Secondo noi, non si arriverà mai a scoprire l’essenza della psicopatologia o la causa ultima della sofferenza umana. Questo non toglie che i risultati della ricerca siano utili per formulare ipotesi” (40).
La costruzione di una strategia imprime comunque un senso dinamico al sistema contro uno statico, ma rimane sempre relativa in quanto implicitamente richiedente del raggiungimento di un obiettivo (che possiamo variare), mancando di considerare, per esigenze di chiarezza, altre variabili non incluse del problema.
L’esistenza di processi reali da scoprire e da spiegare, e quindi di strategie di soluzione altrettanto reali, è un idea che non appartiene ad una analisi sistemica del problema. La storia è cocostruita socialmente e come tale è solo nell’analisi dell’interazione fra i tre soggetti evidenziati fino ad ora (soggetti sofferenti, soggetti curanti, cultura-società) che possiamo trovare la chiave del problema.
Essere al riparo da una ideologia o una pratica del controllo appare difficile anche per le prassi sistemiche, che si sono ritrovate a criticare approcci psicodinamici e lineari, per sostituire chiavi di letture ad altre, ipotesi ad altre ipotesi. Ma qui non è sotto accusa il processo di ipototizzazione, ma bensì la possibilità di leggere comportamenti in chiave funzionalista, dove la lettura del sintomo esprime ed imprime un attribuzione di significato vincolante ma sostituibile da un’altra attribuzione di significato.
L’astrazione dal tempo (come un tempo dentro un tempo) del setting terapeutico classico (indipendentemente della scuola a cui si appartiene) non è ritraducibile in setting, che per forza di cose, riproducono la quotidianità e, nei migliori casi, si introducono nella quotidianità. La capacità autocorettiva del sistema terapeutico nella stanza di terapia pone al centro dell’azione la non definizione dell’obiettivo, o meglio la ridefinizione dell’obiettivo in una cocostruzione del contesto. Ma nel caso della tutela della salute mentale e dei servizi (luoghi statici e concreti) predisposti a questo, il mandato sociale impedisce di riconsiderare l’obiettivo originario (la sofferenza) e le strategie, interagendo con il paziente in maniera direttiva e intrusiva, scontrandosi spesso con la riorganizzazione del sistema in altre forme, o stimolando la riproposizione delle stesse dinamiche, la reiterazione degli stessi comportamenti. L’adattamento del sistema deviante passa attraverso varie fasi in cui il suo fallimento comporta la massima espressione nel controllo inteso coma la soppressione della libertà stessa dell’individuo, il TSO. Pratica estrema, ma possibile e concepita, in maniera più o meno restrittiva, da qualsiasi ideologia. Segnando così comunque un confine chiaro e netto fra il normale e il deviante. A volte concepita come prassi dolorosa, ma prassi . Il controllo di fronte al fallimento?
Potremmo allora leggere questi casi e i fallimenti di progetti riabilitativi individuali come drop-out, ma anche come rifiuto estremo dell’individuo-paziente del controllo della società.
In fondo dalle nostre parti si dice che il “potere è nelle regole del gioco”. Quindi forse è il caso di cambiare il gioco del malato e del dottore… forse.

NOTE

(1) “Fatti e teorie sono connessi in modo molto più intimo di quanto non ammetta il principio di autonomia. Non soltanto la descrizione di ciascun fatto singolo dipende da qualche teoria (la quale potrebbe, ovviamente, essere molto diversa dalla teoria che deve essere verificata), ma esistono anche fatti che non possono emergere se non con l’aiuto di alternative alla teoria che si tratta di verificare, e che cessano di essere disponibili non appena tali alternative siano escluse.” Feyerabend.

(2) Purtroppo mai questa scelta operata nella stesura delle varie relazioni o progetti viene operata dal soggetto delle relazioni stesse.

(3) Principio di interdeterminazione di Heisenberg.

(4) La complessità del problema necessiterebbe un lavoro a parte, che forse poi necessiterebbe di altri lavori e altri ancora. Ma credo che la questione non sia di pertinenza della materia che qui vorrei trattare. O meglio credo che accettare un sistema di cura composto da curanti e curati sia una premessa molto rigida che posso accettare solo in funzione del fatto che sarebbe simmetrico e poco evolutivo sostenere esclusivamente la non esistenza della malattia, e forse incomprensibile affermare la non esistenza della normalità. Mi piace però, in questo caso, lasciare aperto l’argomento con una frase di Klaus Krippendorff: “Normalità: il comportamento più frequente all’interno di una comunità, il comportamento modale, i comportamenti ideali considerati e giudicati tali dai membri di una comunità. Patologia: lo studio sistematico della struttura e organizzazione dei sistemi in cui lacune delle loro variabili si sono allontanate dalla loro normalità. Originariamente riferita alla salute e alle funzioni biologiche, come ad esempio alla malattia in medicina, include adesso anche i processi psicologici e sociali….”

(5) Psichiatria sociale non è certamente la definizione giusta di questa corrente che affonda le sue radice nell’ideologia marxista, nel materialismo storico. Ridurre il movimento antipsichiatra degli anni sessanta a questo appare alquanto azzardato, ma anche definirlo movimento, o antipsichiatria. Ciò che comunque lo differenzia da altri modelli è l’assoluta assenza di volontà di cura, tanto meno coatta. Il rifiuto di modelli di cura medici impossibili da traslitterare in questo campo, in quanto le sofferenze psichiche sono il frutto di condizionamenti ambientali, da contraddizioni sociali e non da disfunzioni o malattie. Il concetto di malattia sottende la comprensione di una causa di una eziologia che si esprime attraverso una serie di sintomi. Il concetto di sindrome ad una insieme di sintomi non significativi in se ma riconducibili ad una causa. Dov’è la malattia mentale, la sindrome psichiatrica?

(6) Per motivi di sintesi fra tutte le epistemologie possibili ridurrò d’ora in poi la diatriba esemplificandola negli estremi bio medico da una parte e bio-psico-sociale basagliano dall’altra, per comprendere poi le altre diverse e variegate “sfumature”.

(7) Non crediamo, però, che la psichiatria medica sia stata abbandonata in Italia, e che le sue pratiche siano divenute obsolete. Ancora è possibile (e consigliato in una circolare del 1996) l’elettroshock, e il telefono Viola (ala estrema ed estremista del pensiero democratico psichiatrico) raccoglie quotidianamente denuncie di abusi psichiatrici contro medici e strutture. La psichiatria inoltre è tornata di competenza delle aziende ospedaliere e soggetta alle sue logiche. Quasi definitivamente operata la chiusura degli O.P. l’autonomia della cura territoriale (UOP ex OP) rientra con forza di competenza ospedaliera, dove l’intervento ambulatoriale e di reparto sono comunque il centro della cura, e le strutture territoriali sono subordinate a questo conformando le proprie pratiche alle metodiche cliniche e mediche.

(8) “Quelli che si esprimono come sintomi sono domande urgenti manifestate in forma comportamentale che hanno in qualche modo perso i fili che li portano ad una risposta o a una domanda migliore” (Kelly) Szasz direbbe che se non ci fosse la sofferenza la psicosi sarebbe un modo diverso per rispondere, o non rispondere, alle domande che la vita ci pone davanti, alle sofferenze. Cecchin legge spesso ogni sintomo in una connotazione positiva, ciò cerca sempre cosa il sintomo difende o quali vantaggi il sintomo porta al sistema di appartenenza di colui che porta il sintomo nel sistema.

(9) Letteratura scientifica che descrive i nuovi farmaci e suoi effetti in relazione alla diagnosi e al comportamento.

(10) Con un po’ di ironia potremo dire che ci fu una guarigione improvvisa di milioni di persone quando fra le varie versioni del DSM fu esclusa l’omosessualità.

(11) Dove forse l’informazione è solo la sua differenza da un idea di normalità.

(12) Saraceno (1995) ripropone uno studio di Ciompi che ritrova gli stessi risultati a cui è giunto l’”International Pilot Study of Schizophreny” e altre ricerche nel campo.

(13) Cfr. Sergio Manghi, Sistemica ed ecosistemica in Ingrosso (1991)

(14) Dal latino comprehendo, is, pretendi, prehensum, ere: catturare, afferrare, occupare

(15) Il riferimento all’ottocento è per puro desiderio di contestualizzare la nascita di una disciplina. Chiunque oggi incontrasse familiari di pazienti psichiatrici, o tali definiti dal sistema curante, o persone che si trovano a confrontarsi con anomalie comportamentali, o solo venisse inviato da uno psicologo o uno psichiatra per un colloquio potrebbe constatare lo stigma che nasconde la paura di ciò che tali sofferenze possono generare in ognuno di loro. Le domande rispetto alla natura del disturbo, alla sua morbilità, alla sua possibilità di cura/controllo/farmacologico che nascondono desideri, là ove il problema diviene più oneroso umanamente ed economicamente, una richiesta di ricovero, cioè di istituzionalizzazione totale. Senza dare alcun giudizio morale ai portatori di queste domande (molte volte familiari abbandonati o poco tutelati) esse esprimono un desiderio di controllo che non viene a ritrovarsi in un nessun altra “malattia”, anche di fronte a diagnosi nefaste e incontrovertibili, e a volte con lente, lunghe e dolorose agonie.

(16) Ascritti poi sotto il nome di malattie mentale e distinti dalle insufficienze mentale e da altri disturbi comportamentali di natura diversa.

(17) Dovremmo forse aprire un dibattito sulla veridicità della sperimentazione da laboratorio, e il fallimento delle vaccinazioni. Anche perché dovremmo spiegare come la diffusione di un virus e di un batterio segue una curva epidemica piuttosto che un’altra, o colpisca alcuni soggetti piuttosto che altri, e con diversa virulenza, anche con caratteristiche anagrafiche e bio-mediche pressoché simili. Questo il laboratorio non può prevederlo, non può prevedere se il signor Rossi verrà contagiato o meno e con quale virulenza.

(18) Con tutto il rispetto per la psicologia sperimentale. Ovviamente non stiamo parlando di funzioni o capacità cognitive, ma di sistema umano nel suo complesso e nella sua complessità.

(19) Anche sistemi anarchici, o sedicenti tali, hanno una forma di controllo, o autocontrollo, assimilabili alla funzione di polizia di sistemi di governo attraverso deleghe elettorali.

(20) Continuo a dividere le anime della psichiatria in classica e antipsichiatrica eludendo le possibili e reali sfaccettature solo per una questione di semplificazione, che però non toglie nulla ai contenuti della mia dissertazione.

(21) Cfr. Franca Pizzini in Tognetti.

(22) Appare sicuramente curioso che Matteo Selvini nelle sue conferenze citi oggi stesso testi quali il Gabbard, intrisi di diagnostica, e su di essa basati, per rileggere, in maniere più eclittica la terapia. Il fallimento del costruttivismo?

(23) La psichiatria, la psicologia, la psicoeducazione, l’antipsichiatria, le teorie di Ciompi, etc…

(24) Sotto-sistemi forse troppo concentrati sulla battaglia fra le verità e le soggettività che le contraddistinguono?

(25) Le comunità sono soggette a regolamentazioni di tipo sanitario in cui l’accessibilità e la vivibilità del luogo è determinato da autorità che limito la possibilità di determinare autonomamente il luogo in cui si vive, lo rende molto distante dall’appartamento che noi ci arrediamo e definiamo nelle sua estetica e nelle funzioni. Ma rispetto all’abitare Saraceno (1995) scrive: “L’abitare ha a che fare con un grado sempre più evoluto di proprietà (non solo materiale) dello spazio da parte di un individuo,con una anomia o anonimia dello spazio rispetto a quell’individuo che su detto spazio non ha potere contrattuale né materiale né simbolico. Le nostre case costituiscono di solito una buona opportunità per esercitare il potere (e il piacere) dell’abitare….Il manicomio (come il carcere) è il luogo per eccellenza ove è negato l’abitare e affermato lo stare”. Come mettiamo insieme queste due realtà? Come definimo la differenza fra l’abitare in manicomio e quello in comunità, i vivere gli spazi, mentali e fisici, da parte degli ospiti?

(26) Ovviamente questo sarebbe troppo dispendioso e quindi di impossibile realizzazione

(27) “Una singolare contingenza storica ha visto confluire le pratiche forti della psichiatria verso il mantenimento di tali aspecificità (aspecificità dell’intervento).Per l’approccio (biomedico) psicoterapeutico, la riabilitazione si definisce in negativo, come non terapia, in quanto tale è aspecifica, per la psichiatria antistituzionale, si definisce in positivo come fare insieme al paziente.” (Siani, Burti, Siciliani in Castelfranchi, Henry, Pirella) E poi ancora Rotelli “La riabilitazione in psichiatria è identificabile come il programma di restituzione, ricostruzione e, a volte, costruzione del diritto pieno alla cittadinanza e della costituzione materiale di tale diritto”. Così Castelfranchi conclude: “Quindi non c’è nessun fare insieme. Ci si muove dall’alto verso il basso, in senso del tutto inverso rispetto al modo di procedere assunto dai veronesi (n.d.a. Siani, Burti, Siciliani) per delineare il loro modello, da un concetto di riabilitazione, dai massimi obiettivi, addirittura più in alto dell’obiettivo delle strategie. Si individua l’obiettivo forte, globale, significativo, integrale della riabilitazione.”

(28) A me fu chiesto più volte da un ospite della comunità di essere suo amico (dopo anni di reparto, casa e famiglia la solitudine è una realtà) in quanto magari a volte anche le età si assomigliavano. Ma quali sono le caratteristiche di un amico, cosa può almeno inizialmente definire come tale il rapporto? Io credo almeno ci debba essere una reciproca libera scelta, il possibile scambio, anche nel tempo, dei ruoli, il comprendere senza chiedere di…

(29)  Ma forse questo non è così vero.

(30) Non sono rari i casi in cui queste persone siano extracomunitarie o persone che non parlano la nostra lingua.

(31) Cfr Todd May in “Anarchismo e poststrutturalismo”

(32) “Il fatto che il comunista veda in te l’uomo, il fratello è solo l’aspetto domenicale del comunismo. Secondo l’aspetto feriale, invece, egli non ti considera affatto soltanto come uomo, ma come lavoratore umano o come uomo lavoratore. La prima concezione esprime il principio liberale, nella seconda si nasconde una concezione illiberale. Se tu fossi un fannullone, il comunismo non disconoscerebbe l’uomo in te, me tenterebbe di purificare l’uomo pigro che è in te, di levargli la pigrizia e convertirti ala fede secondo cui il lavoro è la vocazione e la missione dell’uomo” Max Stirner, L’uomo e la sua proprietà (1844)

(33) “Nell’universo infinito della letteratura s’aprono sempre altre vie da esplorare, nuovissime o antichissime, stili e forme che possono cambiare la nostra immagine del mondo” (I. Calvino, Lezioni americane) “Ovviamente l’arte è in un rapporto complesso, di mutua specificazione, con la filosofia e la scienza e con la costruzione e trasmissione sociale della conoscenza in genere….Questo illustra come l’arte e la scienza siano capaci di creare e trasmettere mondi possibili, mondi virtuali, direbbe Varela, mondi che possono essere vissuti, e quindi convenzionalmente creati e accettati come reali.In alcune occasioni, l’arte ha anche anticipato le conoscenze filosofiche e scientifiche come nel caso dell’Esistenzialismo, affermato dapprima come movimento artistico, a partire dai primi racconti di Sartre (Il Muro), che poi ha creato un consenso intorno alle proprie teorie filosofiche.” (L. Casadio in Telfener e Casadio, 2003)

(34) Definire la normalità sulla base della devianza o la devianza sulla base della normalità porrebbe certamente delle differenze nella definizione finale di una e dell’altra. Ma credo sia impossibile definire l’una senza non definire l’altra, più o meno esplicitamente.

(35) “E Dio chiamò il firmamento cielo” (Genesi, 1, 8) “Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche” (Genesi, 2, 19-20). ”E il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse” (Genesi, 2, 15). “E insegnò ad Adamo i nomi di tutte le cose, quindi le presentò agli Angeli e disse: Ditemi i loro nomi, se siete veritieri” (Sura II. Al – Baqara – La giovenca, versetto 31. Il Corano)

(36) La Giurisprudenza, il modello di governo, i costumi, le tradizioni, la religione.

(37) 10 : 3 = 3,3 periodico.

(38) La sua architettura è l’immagine chiara del suo fine.

(39) Una volta tanto sfruttiamo la cronaca di questi ultimi anni come testimoni di analisi di vuoti nel controllo.

(40) Cecchin, Lane, Ray, Irriverenza. Una strategia di sopravvivenza.

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