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Famiglie, Comunità, intervento psicologico: un tessuto di culture e di storie

luglio 28, 2003

Massimo Giuliani: Psicologo e Psicoterapeuta. Lavora nell’ambito delle tossicodipendenze, è terapeuta individuale e familiare a Manerbio (BS) e Cremona. Quest’articolo è tratto da una relazione presentata al convegno “Io abito qui”, organizzato nel giugno 2002 a Cremona dalla Cooperativa di Bessimo.

“Non è sempre detto che noi conosciamo quello che gli altri pensano
e quello che una persona pensa non rimane sempre uguale.
Noi viviamo in mezzo a stranieri” (M. C. Bateson, in Ganda, 2002)

1. La polifonia degli interventi nel progetto sulla legge 45

Vi voglio parlare di come il progetto sulla legge 45, introducendo nuove figure professionali nella struttura per nuclei familiari, e soprattutto introducendo sulla scena della terapia i bambini, abbia modificato le premesse stesse del mio lavoro con i pazienti tossicodipendenti. Vi racconterò dunque, più che del mio lavoro in comunità, di un nuovo modo di pensare al mio lavoro in comunità. Già prima dell’applicazione del progetto lo psicologo in comunità si occupava della consulenza allo staff degli Operatori, della valutazione psicologica delle coppie degli utenti e del trattamento delle coppie con gli strumenti del gruppo di sostegno e dei colloqui. Bisogna dire che l’avvio del progetto ha coinciso suppergiù con un importante momento di discontinuità e cambiamenti, dovuto soprattutto alle nuove domande che pazienti e servizi rivolgevano alla comunità. Il successo delle nuove droghe, le trasformazioni nella tipologia degli utilizzatori, una quantità di cambiamenti intervenuti nel mercato delle droghe e nella società stessa, hanno portato a convivere in comunità persone dalle storie e dalle premesse incommensurabilmente distanti tra loro: il giovane imprenditore di successo e il paziente che viene dalla strada e non ha mai lavorato un’ora nella sua vita; l’utente di fede evangelista e quello islamico; il batterista punk e l’ex terrorista. Tutti stranieri tra loro, ciascuno con un diverso bagaglio di premesse culturali, ideali, etiche persino. Culture che entrano in contatto tra loro, e che entrano in contatto con quella dell’educatore e dello psicologo. Ciascuna di queste culture costruisce i propri significati in modi spesso del tutto dissimili dalle altre, mettendo in questione le attribuzioni di senso cui siamo abituati. Non solo: alcuni di loro – a differenza che in passato – entrano in comunità con un dosaggio di metadone anche molto elevato, da scalare nell’arco di qualche mese; dunque con esigenze e ritmi di vita del tutto diversi da quelli di altri e dalle tappe “standard” di un percorso comunitario tradizionale. Non sempre, come accadeva prima quasi invariabilmente, chiedono un programma lungo che porti a un completo abbandono delle abitudini tossicomaniche e a una profonda rielaborazione di problematiche emotive e affettive. Spesso si tratta di una richiesta di “contenimento” o di aiuto a reinserirsi nel lavoro e nella società, in tempi possibilmente più ristretti dei tradizionali venti-ventiquattro mesi. In questa complessità si è inserito il progetto: in primo luogo l’effetto benefico dell’introduzione di un’équipe a più voci nell’intervento psicologico è stato quello di rendere l’intervento meno autoreferenziale: il confronto con ulteriori punti di vista riduce la possibilità che un operato finisca per autoconfermarsi, dal momento che è costantemente sottoposto a verifica e a confronto. Ma soprattutto ha introdotto nuove voci e nuove prospettive, arricchendo il numero di voci e i punti di vista da cui osservare una realtà così complessa. In ultimo vale la pena notare come la disponibilità di strumenti psicologici in comunità si sia arricchita. A quello che fino a due anni fà era l’unico contenitore della cura psicologica ora se ne affiancano altri: da ciò, anche, è nata la spinta a considerare il senso dell’intervento e l’opportunità di conferire ad esso nuovi significati. Sebbene la prima tentazione sia stata quella di ridurre tale complessità (complessità di storie e domande diverse di utenti diversi, complessità di storie cliniche sul mondo interno e sulle relazioni), alla fine abbiamo tutti deciso di accettarla come una sfida interessante e di accettarne implicazioni, conseguenze e rischi. A partire da quello più insidioso: il rischio cioè di pensare semplicisticamente che “comprendere” il significato che l’altro dà ai propri gesti e alle proprie comunicazioni sia semplice, di ritenere che entrare nel sistema di significati dell’altro sia possibile, di assumere che l’altro, con ciò che dice o fa, intenda la stessa cosa che io intendo (Pearce, 1989).

2. Le “storie” del tossicodipendente, della comunità, dello psicologo

Gli individui organizzano la propria esperienza sotto forma di storie. Attraverso tali storie autobiografiche essi costruiscono la propria coerenza e danno senso alla realtà (Bruner 1986, 1990). Credo che, come gli individui, anche le istituzioni affidino il proprio senso di identità, di continuità e di coerenza alle storie che raccontano di sé. Le storie sono la “tecnologia della coerenza”, che ci permette di costruire significati dalla nostra esperienza (Pearce, 1989). Così ci sono le storie del tossicodipendente, che spesso sfidano le nostre idee: “mi sono fatto per via degli amici”, “mi sono fatta perché il mio ragazzo si faceva”, “mi sono fatto senza motivo”. Poi ci sono le storie dell’istituzione: storie sulla famiglia, sulla disgregazione dei rapporti e dei valori, tutte quelle storie che ogni organizzazione conserva e tramanda, fondative dell’identità e della cultura dell’istituzione stessa. Ci sono infine le storie del clinico: sono storie sul mondo interno e sulle relazioni, sui problemi e sulle soluzioni, sulla patologia e sulla normalità. Anche il clinico ha bisogno di mappe per orientarsi nella realtà, e all’inizio della mia esperienza con i tossicodipendenti e del mio lavoro di valutazione psicologica con quei pazienti ho voluto dotarmi di una mappa affidabile che mi guidasse in un universo che avevo incontrato solo tangenzialmente in altre occasioni. Ho trovato una mappa di enorme utilità nelle storie di Cirillo e coll. (1996) sulle vicende multigenerazionali dei ragazzi che assumevano sostanze. Il lavoro di quell’équipe, che così bene metteva in luce le vicende di sofferenza che coinvolgevano più generazioni, è stato la porta d’accesso alle storie dei tossicodipendenti. Credo di essermi messo in cerca, a un certo punto, di una prospettiva che rendesse conto delle differenze tra quell’esperienza e le condizioni nelle quali mi muovevo io. Le storie che emergevano dai nostri colloqui avevano punti di contatto ma anche larghe differenze da quelle del libro di Cirillo e della sua équipe: un po’ perché il contesto e le persone con cui avevo a che fare erano differenti da quelle incontrate da quegli autori; un po’ perché, inevitabilmente, si finisce per trovare anche quello che si cerca. Il modo di cercare e le storie che si ha in testa finiscono per selezionare certi aspetti della realtà e metterne in ombra altri. Ad esempio, per qualche ragione non trovavo spesso storie di genitori precocemente adultizzati: mi capitava anzi di trovare storie di adultizzazione precoce nell’infanzia o nell’adolescenza dello stesso tossicodipendente. Allora, sempre nell’intento di mantenere lo sguardo sulle storie familiari, ho provato a far mia la storia dei copioni familiari (Byng-Hall, 1995) e ho provato a chiedermi come la tossicodipendenza potesse inserirsi in una storia di profonda lealtà verso il copione della famiglia, quale che fosse quel copione (Giuliani, 2002a). Un gesto così estremo e così disubbidiente come l’affidarsi a una sostanza mi pareva paradossalmente colludere con le certezze e con le premesse delle famiglie: se una famiglia non prevedeva lo sgancio emotivo e materiale di un figlio, anche la tossicodipendenza contribuiva a riportarlo nel nido; malconcio e sofferente, ma nel nido. Se un figlio aveva avuto un ruolo importante nel regolare la distanza tra due genitori litigiosi, da tossicodipendente sembrava riuscirci molto meglio. E così via. Nel ragionare sui rischi dell’estrema fedeltà a un copione condiviso, e sulle sventure che si verificano per la riverenza rigida a un copione – a dispetto dei cambiamenti esterni – ho cominciato a essere irriverente anche verso il mio copione (v. Cecchin e coll., 1992). Credo di aver cominciato a pensare, e di aver cercato di coinvolgere lo staff in quest’idea, che se volevo dare una mano a delle persone perché tollerassero e anzi cercassero il cambiamento, dovevo anch’io considerare le conseguenze dei cambiamenti che avvenivano attorno a noi. Ho avuto così l’impressione che il centro del mio lavoro si spostasse gradualmente dall’intervento dell’”esperto” sulla coppia e dentro lo staff ai momenti di incontro in cui si saldano e si intrecciano le mie storie con quelle degli operatori, con quelle della psicologa dei bambini, con quelle dei pazienti e con quelle dei servizi invianti. La mia attenzione nel colloquio con le coppie si è spostata gradualmente dalla costruzione di “spiegazioni” coerenti del problema alla ricerca di “possibilità” terapeutiche. Parlare delle storie passate mi aiuta più a capire come le persone costruiscono i propri significati – per metterli in connessione con i significati degli altri – che per costruire storie su come sono diventati tossicodipendenti. È successo così che il “copione” della valutazione e del trattamento psicologico ha cominciato ad assomigliare più a una forma di conversazione in cui il libero afflusso delle narrazioni e le pratiche collaborative siano privilegiati rispetto all’affidabilità del resoconto (Barbetta, 2001), e la forma narrativa della conversazione rispetto alla forma categorica del dialogo di tipo formale (Bruner, 1990). Nel linguaggio e nella conversazione ho così trovato il focus del lavoro psicologico in comunità. Non nella ricerca e nella ricostruzione di una narrazione diagnostica “giusta”, dunque, ma nel lavoro di connessione di tutte le storie che emergevano nel sistema terapeutico. Nelle mie storie continuavano a entrare gli affetti, i sentimenti, le relazioni, i legami di attaccamento, i confini familiari e i copioni inter e transgenerazionali, a seconda della lente (Bertrando, 1997) che mi dava la possibilità di aprire possibilità terapeutiche.

3. Dopo lo psicologo “esperto”: riaprire storie “blindate”

Trovo interessante pensare al mio lavoro in comunità come a un lavoro di “confronto” di storie e culture comparabili sebbene incommensurabili (Pearce, 1989). Vale a dire che i partecipanti all’interazione possono, nella consapevolezza della diversità delle loro storie, coordinarsi e collaborare tra loro per costruire nuove storie. Il mio lavoro cerca di costruire questo coordinamento e le mie storie di “esperto” tendono a coordinarsi a loro volta con le storie degli altri partecipanti. Proseguendo nella metafora etnografica, la mia preoccupazione principale è quella di evitare, nel lavoro clinico e nella valutazione in particolare, lo sguardo “etnocentrico” (Pearce, cit.), vale a dire l’approccio di quell’osservatore che assume comunque che il proprio punto di vista sia quello “vero”. Mi chiedo invece come sia possibile costruire storie “cosmopolite”, nelle quali tutte le storie parziali e locali abbiano diritto di cittadinanza e siano contemplate. Nella complessità della nuova situazione il mio intervento è venuto gradualmente ad assomigliare a un lavoro di costruzione di storie “cosmopolite”, interculturali sulla tossicodipendenza, sulla “competenza” e sull’”autonomia” (Giuliani, 2002b). Trovo utile entrare in questa complessità più che con lo sguardo dell’esperto in possesso di una competenza specifica, con l’approccio di chi ascolta il racconto di uno straniero. Senza dimenticare le mie premesse e le mie storie di clinico (anche volendo, come potrei?), ma trattandole alla stessa stregua di quelle dei pazienti e degli operatori. La nuova complessità mi ha richiesto di spostarmi da una posizione di esperto artefice del cambiamento a un tipo di intervento più collaborativo ed esplicito nelle premesse (v. Hoffman, 1990). Stiamo infrangendo un copione che vedeva il lavoro con il paziente e la consulenza allo staff come due momenti distinti, e abbiamo introdotto la “consulenza alla relazione”: in casi di ingaggi faticosi e conflittuali, abbiamo fatto il tentativo di sederci allo stesso tavolo – paziente, operatore di riferimento, psicologo – e provare a confrontare le nostre storie. Sempre meno “esperto” che parla con gli Utenti per aiutare gli Operatori, sempre più “facilitatore” tra gli uni e gli altri, tutti egualmente “competenti”, seppure nelle diverse posizioni e con diverse responsabilità. Stiamo considerando la possibilità di aprire le porte del lavoro psicologico alle famiglie d’origine: spesso ci accorgiamo che al nostro tavolo di “esperti” mancano proprio loro, i parenti. Che pure ci sono, sono presenti nelle cose che facciamo, nelle decisioni che prendiamo e in quelle che non prendiamo, negli ingaggi difficili con pazienti giovani e meno giovani che sentono di non poter iniziare una cosa nuova e importante se non stringono la mano al padre o alla madre per dir loro: ora sono qui, ho da pensare e da fare delle scelte. Credo che quest’attenzione alla polifonia delle voci coinvolte possa avere una sua utilità nel riaprire “storie blindate”. Intendo le storie di chi, dopo una vita alle prese con sostanze, reati di vario genere e guai con la giustizia, non può immaginare uno sviluppo nel futuro. La tossicodipendenza e il disastro delle relazioni sembrano l’unica possibilità. Parlo, insomma, di “storie blindate” per riferirmi a quei casi in cui il passato è diventato preponderante. Il senso comune ci dice che il passato condiziona il presente e parzialmente lo determina: ma se la storia di un sistema contribuisce a definire i significati degli eventi presenti, è pur vero che questi, a loro volta, definiscono il passato (v. Boscolo e Bertrando, 1993). Il modo in cui vediamo il presente e il passato risente, insomma, anche di ciò che pensiamo del futuro. Presente, passato e futuro costituiscono così un anello autoriflessivo, in cui passato e presente si influenzano reciprocamente. Ma talvolta un evento doloroso, triste o luttuoso può acquisire un significato totalizzante, che colora nello stesso modo, nonostante il passare del tempo, gli eventi del presente, e getta ombra sulle prospettive future. Allora quell’anello può spezzarsi ed essere sostituito da una catena lineare e deterministica: così l’evento che “è passato” esercita una massiccia influenza sul presente e sul futuro, senza esserne a sua volta modificato. E le storie che ne risultano sono rigidamente vincolate, il carico ponderoso del passato grava sul presente e sul futuro. Come quando ci dicono: “tanto saremo tossici per sempre…”. Ancora, a volte il paziente entra in comunità con una diagnosi psichiatrica, o con una storia di sintomi conclamati. Anche questo crea un testo “blindato”, nel senso che l’Operatore sente di non poter più contribuire alla sua scrittura. Per ragioni che comprendiamo, la diagnosi psichiatrica crea nell’Operatore un senso di impotenza, la percezione di affrontare un problema di un altro ordine di grandezza in confronto ai problemi di vita che affronta ogni giorno e sui quali si sente competente. Un testo blindato vuol dire ancora che una madre, ad esempio, che sente di avere subìto delle gravi ferite infantili, può nutrire profondi e a volte nascosti timori che, quando la figlia avrà l’età in cui lei è stata ferita, si ritroverà esposta a rischi altrettanto gravi. È la storia di Claudia: vuole proteggere Annalisa, tenerla accanto a sé fino a che riesce a trattenerla, soprattutto ora che ha l’età in cui Claudia è stata duramente ferita dalla vita. Ma Annalisa cresce e comincia a guardare altrove. La sofferenza è intensa, ma Claudia non riesce a esprimerla: sente di essere stata una figlia fallimentare, e di non avere diritto alla protesta. Ancora una volta la tirannia del passato condiziona il presente e paralizza il futuro. Ne parliamo con Claudia e con suo marito Marcello, che si dice preoccupato dal modo in cui Claudia tiene per sé le proprie insoddisfazioni fino a stare troppo male e a esplodere, talvolta quasi al punto di mettere a repentaglio il proprio progetto terapeutico e quello di suo marito. Claudia, sorridendo, accenna a un gioco che fa a volte con Annalisa. Lo trova liberatorio e divertente. Lo chiama il “gioco delle parolacce”: lei e sua figlia, nella loro stanza, si prendono cinque minuti in cui la bambina ha il permesso di dire cose che non direbbe altrimenti. Sono momenti di allegra vicinanza tra madre e figlia, che condividono un’innocente – e contenuta – trasgressione. Proviamo allora a immaginare la versione adulta del “gioco delle parolacce”: lo chiamiamo il “gioco delle proteste”. Claudia per un quarto d’ora al giorno protesterà contro il tempo che passa e che le porta via la sua bambina da proteggere, contro Marcello, contro tutto ciò che le dà piccoli e grandi dolori. Marcello l’ascolterà e si farà garante di quello spazio. Ragioniamo insieme su quale sarà il momento della giornata in cui giocare alle proteste. Troviamo che dall’una e un quarto all’una e mezza sia l’ideale (parlando di orari e di spazi parlo il linguaggio dell’organizzazione e della comunità). Claudia è eccitata da questo nuovo gioco. Non solo non le sembra pericoloso, ma pare addirittura elettrizzata. Dopo due settimane rivedo la coppia molto più serena: ci hanno preso gusto, e giocano al “gioco delle proteste” anche al di fuori degli orari previsti. Claudia ha scoperto che Marcello l’appoggia e sostiene le sue paure, le accoglie e le tutela. Protestare e comunicare il proprio malessere non sembra più un atto osceno da censurare, né un gesto ribelle per cui essere giudicata e abbandonata, ma un’occasione di liberare i propri sentimenti e condividerli con qualcuno d’importante. Si tratta di un caso in cui la presenza del bambino ci ha fornito risorse di creatività su cui abbiamo potuto costruire significati nuovi. Attraverso la presenza della figlia riusciamo a trovare nuove storie e a riattivare il circuito ricorsivo di passato – presente – futuro. Non sono più le colpe e le disgrazie dei genitori ad abbattersi sui figli, non è più un copione ripetitivo che costringe le persone a soffrire le stesse tragedie delle generazioni precedenti: stavo
lta è la forza creativa e vitale dei bambini che porta linfa alle storie dei genitori.

4. La costruzione della “competenza morale”

Ritengo che un approccio cosmopolita costruisca nella relazione con il tossicodipendente un contesto in cui ciascuno possiede una “moral agency” (Cronen et al., 1982), vale a dire la competenza morale sulle proprie azioni e sulle proprie storie. Il tossicodipendente che arriva in comunità chiede spesso di rimettere insieme i pezzi di storie che appaiono senza senso e che reclamano una propria coerenza. Molti di loro pensano alla follia, che potrebbe essere l’unica spiegazione di storie umane e relazionali così apparentemente prive di coerenza (v. Byng-Hall, 1997), e come “storia coerente” la follia funziona benissimo. Oppure arrivano in comunità con una visione del mondo che ha una sua ferrea coerenza: “mi sono fatto per caso, o per la fidanzata, o perché volevo stare con gli amici”. In tutti questi casi la coerenza è una coerenza mortifera che uccide la possibilità di immaginare possibilità nuove e storie alternative. Ma una storia diversa, magari più edificante di quelle, potrebbe promuovere questa possibilità? Sto provando a pensare che il modo di costruire “coerenza” nelle storie dei tossicodipendenti non sia semplicemente una storia “chiara” e definitiva che spieghi come sono andate le cose, ma piuttosto un modo di coordinare storie diverse. Forse la coerenza che non nasce da una “storia unica” è generatrice di responsabilità perché promuove la possibilità di scelta. Allora la molteplicità di voci e di culture che questo progetto ha introdotto o ha valorizzato diventa una ricchezza incalcolabile, perché equivale a una possibilità di dare voce a storie molteplici e diverse al posto della “storia unica” che il paziente porta con sé in comunità e favorisce la scrittura di un Sé risultato della relazionalità e del confronto di possibilità (cfr. anche Gergen e Kaye, 1992). Trovo interessante e pertinente pensare alla costruzione della coerenza nella valutazione psicologica come alla scrittura di un ipertesto (Giuliani, 2002b). Con questa parola si definisce un insieme di testi collegati in un ordine non sequenziale, attraverso i quali è possibile spostarsi per mezzo di collegamenti ipertestuali, seguendo un percorso che è scelto di volta in volta dall’utente e non a priori da un autore. Dove il testo tradizionale segue un ordine logico-sequenziale, l’ipertesto è caratterizzato da un ordine non sequenziale, non lineare e non definitivo. Nessuno dei numerosi testi collegati prevale sugli altri. L’ipertesto in sé non esiste a priori: lo creo mentre navigo, mentre mi sposto da un testo all’altro, mentre scelgo dei percorsi ipertestuali e ne escludo altri possibili, mentre stabilisco dei collegamenti nel qui e ora della lettura. L’ipertesto richiede una partecipazione attiva alla produzione di senso: un numero imprecisato di lettori dà vita a un numero indefinito di collegamenti ipertestuali e stimola un lettore attivo, che non assorbe ma elabora con senso critico (v. Lévy, 1995; v. anche Nascimbene e Vento, 2000). In questo senso l’ipertesto mi pare il paradigma di una coerenza che nasce dal gioco infinito dei punti di vista e non da una storia definitiva, per quanto creata da un autore esperto e competente: nell’approccio all’ipertesto, più che essere interessato a cosa abbia pensato un autore lontano, per quanto autorevole, chiedo al testo di far pensare me nel qui e ora della lettura-creazione del testo. Allo stesso modo ho sentito utile pensare il lavoro psicologico, nella complessità dell’équipe e della comunità, non come l’introduzione di un testo autorevole (una “diagnosi”, qualunque cosa con ciò si voglia intendere) su come stanno le cose, ma come la creazione di una rete di testi nella quale anche il paziente possa attivamente rintracciare un percorso che abbia senso per lui. Lo sforzo che sto compiendo è dunque quello di rendere la conversazione psicologica in comunità un testo costruito a più mani e a più voci. Questo è ciò che il progetto sulla Legge 45 ha messo in movimento nel mio lavoro in comunità. Spero che avremo l’occasione di riparlarne e di raccontarci come è andata a finire.

Riferimenti bibliografici

Barbetta, P. (2001), “La conversazione diagnostica tra copioni e narrazioni”. In Chiaretti, G., Rampazi, M., Sebastiani, C. (a cura di), Conversazioni, storie, discorsi. Carocci, Roma.

Bertrando P. (1997), Nodi familiari, Feltrinelli, Milano.

Boscolo, P., Bertrando, P. (1993), I tempi del tempo. Una nuova prospettiva per la consulenza e la terapia sistemica. Bollati Boringhieri, Milano.

Bruner, J. (1986), La mente a più dimensioni. Trad. it. Laterza, Roma-Bari, 1988.

Bruner, J. (1990), La ricerca del significato. Per una psicologia culturale. Trad. it. Bollati Boringhieri, Torino, 1992.

Byng-Hall, J. (1995), Le trame della famiglia. Trad. it. Raffaello Cortina, Milano 1998.

Byng-Hall, J. (1997), “Verso una storia coerente della malattia e della perdita”. Trad. it. in Papadopoulos, R. K., Byng-Hall, J. (a cura di), Voci Multiple. Bruno Mondadori, Milano, 1999.

Cecchin, G., Lane, G., Ray, W. A. (1992), Irriverenza. Una strategia per la sopravvivenza del terapeuta. Trad. it. Franco Angeli, Milano, 1993.

Cirillo, S., Berrini, R., Cambiaso, G., Mazza, R. (1996), La famiglia del tossicodipendente. Raffaello Cortina Editore, Milano.

Cronen, V. E. (1991), “Coordinated Management of Meaning Theory and Postenlightenment Ethics”. In Greenberg, K. J. (1991), Conversations on Communication Ethic. Ablex, New Jersey.

Ganda, G. (2002), “Monocultura e diversità. Intervista a Mary Catherine Bateson”. Connessioni, 10, 125-131.

Gergen K., Kaye J. (1992), trad. it. “Oltre la narrativa nella negoziazione del significato terapeutico”, in McNamee, S., Gergen, K. (a cura di), La terapia come costruzione sociale. Trad. it. Franco Angeli, Milano 1998.

Giuliani, M. (2002a), “I family script nella comunità terapeutica”. Connessioni, 10, 109-123.

Giuliani, M. (2002b), “Lo script infranto: dal copione familiare al copione conversazionale” (in corso di pubblicazione).

Hoffman, L. (1990) “Constructing realities: an art of lenses”. Family Process, 29, 1-12.

Lévy, P. (1995), Il virtuale. Trad. it. Raffaello Cortina, Milano 1997.

Nascimbene, F., Vento, L. (2000), “Silencio, self e Internet”. In Pérez, M. (a cura di), Lecturas del si-mismo. Psicoteca Editorial, Buenos Aires.

Pearce, B. W. (1989), Comunicazione e condizione umana. Trad. it. Franco Angeli, Milano 1998.

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